Sant’Orso e Aosta. Una Fiera tra storia e leggenda

Evento dal 30/01/2020 al 31/01/2020
Sant’Orso è molto più di una fiera: è il rivivere, tenacemente conservato e valorizzato, della storia e della fede localeLa Fiera di Sant'Orso ad Aosta

30 e 31 gennaio: i giorni più freddi dell’inverno, i giorni “della merla”, quando tutto è ricoperto di ghiaccio e di neve, quando le ore di luce sono ancora sopraffatte dall’oscurità, la Valle d’Aosta festeggia il suo Santo più amato e popolare con una fiera ormai più che millenaria in cui protagonisti sono gli artigiani e gli antichi saperi locali. Perché dunque queste date? Perché ci si prepara, con una lunga vigilia, a festeggiare Sant’Orso nel giorno a lui dedicato: il 1o febbraio.

Una festa che ha radici lontane nel tempo

Sin da tempi antichissimi era questo il periodo dell’anno in cui si festeggiava l’ormai prossima fine dell’inverno e si iniziavano a osservare i primi segni del disgelo, tra cui il prolungarsi della luce sulle vette e il primo timido soffiare del vento tiepido nel fondovalle. I Celti dedicavano questa ricorrenza alla dea Brigit, l’“Altissima”, protettrice delle nascite (i numerosi bimbi concepiti durante la notte di Beltane, a maggio), dei guaritori, degli artigiani e dei poeti. Per una particolare combinazione di eventi, nel corso dei secoli le tradizioni pagana e cristiana si sono fuse, trasformando la dea in Santa Brigida di Kildare che, non a caso, secondo alcune tradizioni, parrebbe essere sorella di Sant’Orso.

Per gli antichi Romani Februarius era ugualmente il mese in cui ci si decontaminava dalle impurità invernali per accogliere il nuovo soffio vitale ed era dedicato ai festeggiamenti in onore di Giunone Februata: la dea riceveva offerte e veniva pregata affinché favorisse le nascite e i futuri raccolti proteggendo dalle malattie, mentre le donne si aggiravano nelle vie cittadine con fiaccole accese. La primavera dei Romani, inoltre, cominciava il 7 febbraio: giorno in cui iniziava a spirare il vento Favonius, nient’altro che l’attuale foehn.

Febbraio, mese “delle febbri”, ossia della purificazione col fuoco; mese della Candelora (2 febbraio), giorno di benedizione del fuoco santo, ma anche festa dedicata alla Purificazione della Vergine.

Momento sacro, dunque, questo passaggio tra gennaio e febbraio, momento simbolico di contatto tra il mondo dell’inverno e quello primaverile; e non si tratta solo di due giorni di attesa e di festa aspettando l’arrivo di Sant’Orso, ma anche di una notte: quella della veillà, della vigilia notturna, altra tradizione attribuibile ad antiche consuetudini che suddividevano lo scorrere del tempo in notti e lune.

 

Sant’Orso: molto più di una Fiera

Un uomo, Orso, il cui stesso nome racchiude antiche saghe, mitiche figure di animali simbolici ed epiche virtù; un santo, Orso, che ancora oggi fa parlare di sé in quei due giorni di fine gennaio che preludono al passaggio tra l’oscurità invernale e i primi tiepidi bagliori primaverili.

Sant’Orso giunge dalle più remote frontiere del tempo e della storia portando con sé una sacralità densa e pervasiva, fatta di culti celtici, romani e cristiani che si sono mantenuti vivi nella comunità valdostana superando i secoli.

Fiera millenaria, certo, ma forse gli anni sono ben più di mille perché, anche se le prime notizie storiche risalgono al 1206, è assai probabile che l’usanza di ritrovarsi e scambiarsi merci, oggetti ed utensili che sarebbero stati utili nei lavori agricoli dopo la fine dell’inverno affondi le sue radici molto prima. Se da un lato possiamo affermare che durante l’epoca romana il mercato e le fiere si tenevano solitamente nel Foro o nei pressi di particolari santuari, dall’altro possiamo supporre che l’usanza di ritrovarsi alla Porta Praetoria sia nata dopo la caduta dell’Impero, quando la città aveva ormai perso i suoi antichi centri urbanistici di riferimento a favore di nuovi luoghi emblematici tra cui, senza dubbio, la monumentale Porta principale aveva ruolo da protagonista. E questo momento potrebbe essere collocato nei secoli tra la Tarda Antichità e l’Alto Medioevo (non a caso è in tale arco di tempo che si pensa sia vissuto Sant’Orso), prima che la Porta diventasse la residenza fortificata dei futuri Signori di Quart.

UNA LONTANA SACRALITA’

L’orso. Un animale da sempre in qualche modo collegato a quella fascia di mezzo tra la vita e la morte. Lui, che all’arrivo dell’inverno si rintana nel buio tiepido e profondo delle caverne, dove si addormenta in un sonno simile ad una morte apparente, ma che al bussare della primavera “torna alla vita”, alla luce. un animale, quindi, che riusciva a rappresentare il misterioso collegamento tra la vita e la morte. Un animale-simbolo da molti popoli considerato sacro e perciò oggetto di venerazione. Dai popoli nordici, celti, germanici. Ma anche dagli antichi Greci che associavano l’orso alla Luna, anch’essa in grado di mutare stato, di scomparire per poi riapparire, più bella e lucente di prima. E la Luna porta alla dea Artemide (Diana per i Latini) le cui adepte venivano chiamate “arktai”, le “orse”.  E potremmo citare un altro caso di divinità “ursina”: la dea elvetica Artio (letteralmente “l’Orsa”). Una sua effigie in bronzo rinvenuta a Muri, nella regione di Berna (altro caso di città il cui nome si lega a quello dell’orso), ci mostra un’aristocratica figura femminile assisa in trono al cui cospetto campeggia un possente plantigrado.

Un ultimo spunto: l’epiteto “artaius” (ursino?) si ritrova anche abbinato al dio Mercurio (molto amato e diffuso tra i Galli freschi di romanizzazione) in un’epigrafe ritrovata a Beaucroissant, in Isère (quindi non così distante dalla Valle d’Aosta!). Gli animali sacri a questa divinità? Lo stambecco e, più frequentemente, il gallo!

Guardate con attenzione i numerosi banchi degli espositori e i soggetti più frequentemente rappresentati e facilmente noterete il protagonista della Fiera: il galletto. Simbolo della rinascita e del risveglio, ma anche di vigilanza e di protezione dagli spiriti malvagi che popolano le tenebre, il gallo ben sintetizza la natura di questa festa: è la Natura stessa che ritorna alla vita!

Sant’Orso personifica l’identità del popolo valdostano e, che sia realmente esistito oppure no, riassume ancora oggi le credenze, le consuetudini e le speranze delle genti di questa regione.

Testo di Stella Bertarione – Foto di Enrico Romanzi


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2 commenti a proposito di “Sant’Orso e Aosta. Una Fiera tra storia e leggenda

  1. Maurizio il scrive:

    Seconda volta alla fiera , bellissimo capolavoro alla porta praetoria

  2. Amelia il scrive:

    Molto interesante!! Io abito in Cordoba, Argentina.
    IL mio nono erano nato a Pollein in Val d’ Aosta, e poi il ha viaggio e si ha sposato in Argentina, allá provincia di Cordoba, nel paessino Oliva.
    Io sono andata a Pollein nel 2014, per visitare la famiglia e conoscere Aosta Mi ha piaciuto moltissimo.
    Per la famiglia, chi abita li, ho conosciuto alcune costume come la “grolla”.
    Grazie per l’informazione! E molto importante per me.
    Saluti e benedizione!!!!
    .

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