In festa per San Martino. Alla scoperta dell’area megalitica di Saint-Martin-de-Corléans. 3

Evento dal 03/11/2017 al 16/12/2017
I misteriosi allineamenti di Saint-Martin-de-Corléans. Sacralità tra terra e cielo.

I festeggiamenti per San Martino sono iniziati. Il quartiere aostano di Saint-Martin-de-Corléans è tutto in fermento e numerose sono le iniziative e gli eventi, sia di tipo culturale che ricreativo e godereccio.

Approfittando di questi giorni di festa, noi continuiamo la nostra immersione a 6 metri sotto terra, proseguendo la scoperta (sempre più avvincente e coinvolgente) dell’enigmatica area megalitica. Arature e pozzi. Segni incisi nel ventre della terra e offerte deposte nelle sue profondità. Tracce orizzontali, solchi e fosse. Ma qualcosa stava per cambiare.

ALLINEAMENTI. DAI PALI DI LEGNO…

Con l’inizio del III millennio a.C. il sito assume una dimensione verticale. Il paesaggio orizzontale delle arature e dei pozzi, si arricchisce di nuovi elementi che puntano verso il cielo. Si tratta di sequenze di pali in legno di cui oggi ci restano le buche nelle quali erano infissi. Ci troviamo nel settore Nord-Est dell’area: qui trovavano posto 24 pali allineati secondo un orientamento nord-est/sud-ovest che attraversava l’area prima interessata dall’aratura. Pensate ai più abituali colonnati dei templi, oppure alle navate delle chiese con quelle infilate di pilastri e di arcate proiettate verso la volta celeste. Come un tempio, certo, ma senza volume e senza tetto. Una palizzata che andava a definire un percorso, sicuramente sacro e cultuale, instaurando un preciso dialogo con la volta celeste in base ad un allineamento e ad un orientamento non certo fortuito, ma voluto. Ecco cosa sono “i buchi” che da mesi ormai campeggiano lungo le nostre strade ad anticipare l’apertura dell’area: sono le fosse utili all’inserimento di questi pali. Fosse sul cui fondo, in molti casi, si sono rinvenuti resti di crani o corna bovine carbonizzati, chiaro esito di sacrificio, di rito di impianto. Quindi, molto più che semplici “buchi”: vere e proprie preghiere scavate ed infisse nella terra. Alberi sacri, scelti, tagliati e riposizionati secondo un rito che si perde nel mito. Indietro di quasi 5000 anni ci porta l’epopea babilonese di Gilgamesh, re sumero di Uruk, figlio primogenito del sovrano Lugalbanda e della dea Rimat-Ninsun. E’ la storia di Gilgamesh e dell’amico Enkidu che giungono nella foresta dei cedri, dimora degli dei sorvegliata dal mostro Khubaba. Ucciso il mostruoso guardiano, i due eroi, aiutati dal dio del sole, riescono a tagliare i cedri migliori e a portarli ad Uruk per piantarli a protezione della città.

Chiudete di nuovo gli occhi e immaginate, dunque. Davanti a voi una pianura sacra dotata di una scenografia lignea dall’indiscusso valore religioso e astronomico in cui gli allineamenti di pali andavano ad instaurare un preciso quanto imperscrutabile legame tra le speranze degli uomini, le feconde viscere della terra e le insondabili vastità del cielo.

… ALLE STELE DI PIETRA

Albeggiava, ormai, l’Età del Rame. I pali di legno, per quanto spesso sostituiti alternando tra loro essenze di pino e larice, non bastavano più a rendere la forza del sacro e del divino. Sopraggiunge la pietra, più durevole e solenne. Le prime stele si affiancano ai pali per poi soppiantarli del tutto. Spiriti di pietra. Presenze enigmatiche, assai eloquenti nel loro plurimillenario silenzio. Eroi, antenati, guerrieri, dei… Profili evocativi di antiche presenze che oggi riemergono dalle ombre del tempo per raccontarci qualcosa, per comunicare con noi attraverso quei segni, quei ricami, quei decori, quei monili raffigurati sulla loro ruvida superficie lapidea.

Figure umane stilizzate, ridotte a semplici profili trapezoidali fatti di spalle e teste appena abbozzate. Volti geometrici ed essenziali che coi loro tratti a “T” sembrano racchiudere i millenari segreti del sito. Forme basiche e nitide che, per certi versi, ben si allineano con il gusto dell’arte contemporanea.

Oltre 46 stele di pietra disposte lungo due assi tra loro ortogonali:  nord-est/sud-ovest (come per i pali di legno) e nord-ovest/sud-est. Queste stele sono la prima manifestazione del megalitismo in quest’area, magistrali capolavori della statuaria preistorica.

La visita del settore museale dedicato alle stele consentirà di scoprirne e capirne analogie e differenze grazie alla segmentazione in tre stili distinti: l’ “arcaico”, semplice ed essenziale, quello “di transizione” con ornamenti realizzati a leggero altorilievo e infine quello detto “evoluto” con testa sagomata “a cappello di gendarme” ed una lavorazione più raffinata della superficie lapidea che ne esalta la brillantezza, unita ad una assai minuta raffigurazione dell’abbigliamento e degli ornamenti.

Originariamente collocate in apposite fosse di impianto, le stele costituivano veri e propri simulacri davanti ai quali fermarsi a pregare. Immaginatevi quindi questo ampio santuario a cielo aperto; quanto ci si doveva sentire piccoli e vulnerabili, umani ed effimeri, davanti alla sempiterna immobilità di queste presenze di pietra? Una sorta di olimpico “pantheon” dal forte impatto visivo ed emotivo al cui cospetto l’uomo poteva aspirare all’incontro col divino.

Di stelle e di stele. Di cielo e di roccia. In un’atmosfera di magica sospensione continuiamo il nostro viaggio nel tempo, anzi, oltre il tempo, in bilico tra le origini della vita e i misteri della morte. Tutto questo a #SaintMartindeCorléans.

(autore: Stella Bertarione)

 


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