In festa per San Martino. Alla scoperta dell’area megalitica di Saint-Martin-de-Corléans. 4

Evento dal 03/11/2017 al 16/12/2017
Costruite dai giganti e abitate dalle fate. Le tombe megalitiche. Eterna dimora di stirpi di uomini.

Nel quartiere di #SaintMartindeCorléans la festa e gli eventi per celebrare il santo patrono sono entrati nel vivo da venerdì 3 novembre. Mercatini di antiquariato e modernariato (un modo per ricordare il detto “fare San Martino”), castagnate, folclore col gruppo La Clicca di Saint Martin. E all’Area Megalitica performances teatrali e musicali davvero diverse dal solito, visite serali, conferenze… E non è ancora finita! Anche questa settimana sarà densa di interessanti appuntamenti. Quindi #savethedate!

Torniamo però al nostro viaggio nel tempo, alla scoperta di quest’area archeologica così “strana”, così difficile forse da capire, ma decisamente affascinante.

“Un’atmosfera di magica sospensione, in bilico tra le origini della vita e i misteri della morte”. Con queste sensazioni ci siamo lasciati chiudendo il terzo capitolo dedicato alla scoperta dell’area megalitica di Saint-Martin-de-Corléans. Una sensazione strana e vibrante che ritorna, forse con ancora maggiore forza, nel momento in cui ci avviciniamo agli ultimi monumenti megalitici che prenderemo in considerazione.

NON SOLO “TOMBA 2″

Ormai siamo giunti in prossimità del vero e proprio “simbolo”, dell’ “icona” di #SMdC 2016: la cosiddetta “Tomba 2”. Emerge in tutta la sua argentea monumentalità al di sopra di una particolare piattaforma triangolare di pietrame più minuto, quasi al centro di quest’area tanto vasta. Una tomba megalitica. Una tomba costituita da grosse lastre di pietra tra loro assemblate con sforzo immane e ferrea volontà. Perché queste sepolture così grandi? Di quale mentalità, di quale società, si fanno portatrici a quasi 5000 anni di distanza?

Ma facciamo un passo indietro.

LA VOCE DELLE “GRANDI PIETRE”

Megaliti… Ormai ci avete abituato l’orecchio, credo. Anzi, forse siete già stanchi di sentirne parlare. Eppure vi assicuro che dietro questo termine colto, mutuato dall’unione fortunata di due parole del greco antico (“le grandi pietre”), c’è tutto un mondo da scoprire. Un mondo in cui realtà storica e leggenda si mescolano su orizzonti di proporzioni inimmaginabili.

Megaliti… Immense lastre di pietra conficcate nel suolo. Enormi agglomerati di pietre giganti tra loro giustapposte o sovrapposte a formare tumuli di dimensioni ciclopiche. Monumentali costruzioni tanto elementari quanto complesse. Dolmen: tre soli elementi, due verticali ed uno orizzontale. Ma di diverse tonnellate di peso e spesso realizzati con pietre provenienti da cave localizzate a decine e decine di km di distanza. Sull’onda celtomane e celtofila sviluppatasi intorno agli impressionanti allineamenti di Carnac, in Bretagna, dalla scuola di studiosi come J. Cambry e Th.-M. La Tour d’Auvergne, a tutte queste forme megalitiche sono stati dati nomi derivati dall’antico idioma bretone: men-hir (“pietra lunga”), crom-lech (“circolo di pietre”), e infine il più controverso “dol-men”, forse mutuato da un termine della lingua celtica parlata in Cornovaglia col significato di “tavola di pietra”.

Che siano nel mezzo di lande desolate o nel folto delle foreste. Che siano nei pressi dei fiumi, sulle sponde dei laghi o sul limitare dei deserti. Che siano ancora sui picchi montani, su ardite scogliere oceaniche o nel grembo di dolci colline, i megaliti sono la testimonianza di un movimento culturale di dimensioni vastissime. L’Europa ne è costellata dalla penisola scandinava fino al Portogallo; dalla Scozia alla Grecia; dalla catena alpina alle isole mediterranee fino alle coste del Nord Africa.

MEGALITI. LA FORZA DEI GIGANTI E LA MAGIA DELLE FATE

Denso di suggestione, inoltre, il modo con cui, a varie latitudini, questi megaliti sono stati chiamati dagli uomini dell’epoca moderna. “Tombe dei Giganti”, “Pietre dei Giganti”, “Case dei Giganti”. Oppure: “Grotte delle Fate”, “Pietre delle Fate”, “Casa delle Fate”. Giganti e Fate. Come mai?

Spiegare i giganti non è difficile: sono costruzioni immani, che hanno richiesto uno sforzo fisico incredibile e, di conseguenza, sono per forza opera di super-uomini, di giganti, appunto… forse…

Le fate, esseri impalpabili, o eccezionalmente grandi, o eccezionalmente piccole; o straordinariamente belle o terribilmente spaventose. Benevole o malefiche. Esseri dotati di poteri magici e misteriosi: quella stessa misteriosa magia racchiusa in queste costruzioni rimaste per lunghi anni inspiegabili e potentemente espressa dalla loro immutabile solidità lapidea.

Per lungo tempo si è creduto che i dolmen fossero altari druidici, quindi creati dagli antichi Celti che qui veneravano i loro dei. Ma si è ben presto appurato che così non è. Assai più antichi dei Celti, i monumenti megalitici popolano i paesaggi d’Europa dalla fine del Neolitico o, altrove, dall’Età del Rame, per prolungarsi fino alla successiva Età del Bronzo (II millennio a.C.). Si tratta di monumenti funerari, di tombe, più o meno grandi. Tombe imponenti volute ed erette grazie allo sforzo di intere comunità. In questo caso i “giganti” non sono uomini singoli, bensì le comunità, i clan. Uno sforzo di gruppo per creare un qualcosa di impressionante, un testimone della loro unità, della loro forza, del loro potere sul territorio. Dobbiamo infatti immaginarci come queste tombe riuscissero a spiccare nel paesaggio, ad emergere, suscitando plauso e ammirazione comuni. Un po’ come succede oggi con i nostri campanili, le nostre torri e le grandi chiese.

Tombe singole, ma ancora più spesso comunitarie, fatte per accogliere, negli anni, i membri di intere famiglie, di gruppi sociali. Nella morte, comunque magnifica, la speranza della continuità, della solidità della stirpe così come solida ed immutabile è la pietra. Anche la “nostra” Tomba II è stata in uso per quasi un millennio, occupata da sepolture collettive (almeno 39 individui) con corredi ed offerte.

Nella sezione museale avrete modo di approfondire tutti gli aspetti legati al ritrovamento, allo scavo, alle indagini, agli studi condotti su questo monumento e sui suoi occupanti. Avrete modo, se vogliamo, di “riportarli alla vita”, almeno in parte, attraverso gli oggetti dei loro corredi funerari, i loro monili, i frammenti di vasi ceramici e, cosa ancor più degna di nota, l’esposizione di tre crani con tracce di trapanazione ritrovati tra i resti umani al suo interno. Una pratica in uso sin da epoca preistorica ma dall’interpretazione ancora oscillante. Veniva effettuata a fini terapeutici o magico-rituali? Sta di fatto che chi la praticava possedeva un’abilità tale che, spesso, i “pazienti” sopravvivevano, come è il caso di due dei tre individui della Tomba II.

Ma di tombe ce ne sono molte altre, alcune già oggetto di musealizzazione e valorizzazione, altre ancora in attesa del termine dei lavori di allestimento nell’area sud, ancora non fruibile da parte del pubblico.

Possiamo quindi concludere il nostro viaggio appassionante alla scoperta di questa complessa area megalitica ritornando, a ragion veduta, sul continuo rincorrersi di vita e morte, riassunto alla perfezione dalla nitida eternità della pietra che qui domina incontrastata. Vita e morte nelle arature primordiali seminate di denti umani così come nelle offerte agli dei inferi. Vita e morte negli allineamenti di pali e di stele, eretti per innalzare le proprie preghiere verso il cielo sperando nella benevolenza degli avi defunti, forse diventati o assimilati agli dei. Vita e morte in quei monili a doppia spirale che decorano i pettorali di alcune stele di pietra. Vita e morte, infine, in queste tombe dolmeniche monumentali, espressione dell’identità e della forza del gruppo, unito e coeso nello scorrere dell’eternità e lungo il volgere dei millenni.

Vita e morte nell’archetipica e rivelatrice figura di #SanMartino, portatore di luce e combattente delle tenebre. L’estate di San Martino, in cui sopravvive l’eredità dell’antico e perduto Capodanno celtico di Samhain; giornate miti di luce e tepore, quasi un assaggio di quel che sarà, in un futuro apocalitticamente lontano, il giorno del ritorno di Cristo.

(autore: Stella Bertarione)


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