Labirinti di Memorie al MAR di Aosta. Dove perdersi per poi ritrovarsi.


Dal 21 luglio 2017 il MAR di Aosta ha una nuova emozionante sezione. Nel sottosuolo vi attendono suggestivi "Labirinti di Memorie"...

Visitare la mostra permanente “Labirinti di memorie” sapientemente allestita da Maria Cristina Ronc, Simona Oliveti e Francesca Chiocci nel sottosuolo del MAR – Museo Archeologico Regionale di Aosta, porta a sperimentare il significato del ricercare le proprie origini, a riflettere sul senso più profondo dell’antico e del fare archeologia; porta a meditare su come, attraverso gli oggetti, si cerchi in fin dei conti l’Uomo.

E si sa che da sempre l’uomo cerca le proprie origini, il proprio passato. Da sempre, da che mondo è mondo, l’essere umano è mosso dalla viscerale curiosità di scoprire da dove arriva, da chi fu generato e preceduto in questa come in altre terre.

Labirinti di Memorie”. Questo il titolo della mostra. E navigare in questo profondo #MAR è stato per me, oltre che labirintico, decisamente suggestivo ed affascinante.

Il sottosuolo del MAR è già di per sè un sito archeologico assai complesso e di ardua lettura, fatto dal sovrapporsi di mura su mura, di epoche su epoche che si accavallano, si intrecciano, si obliterano e si sostituiscono. Il nuovo allestimento ha fatto chiarezza su questi avviluppi murari illuminando le murature delle diverse epoche con altrettanti diversi colori. Tutto ciò che appartiene all’epoca romana, ad esempio, è in colore giallo arancio. Le murature successive, invece, avvolte da luce bianca.

Già nello scendere le scale che conducono all’interrato l’atmosfera cambia; ci si sente piano piano trasportati in un’altra dimensione. La luce del giorno muta e si affievolisce; ci si ritrova faccia a faccia con la torre orientale della monumentale seppur sepolta Porta Principalis Sinistra, l’antica porta urbica settentrionale di Augusta Praetoria.

Giunti su quell’uscio che costituisce quasi il confine tra il “mondo di sopra” e il “mondo di sotto”, sulla sinistra una lucerna, antico ed iconico simbolo di una luce che guida tra le ombre. Si parte alla ricerca del passato. Si parte alla ricerca dell’uomo.

Si viene accolti quindi da un video che, muto, racconta per immagini alcuni momenti di ricerca archeologica valdostana. Volti di archeologi e di operai. Pietre, cantieri, scavi, rilievi. Riflessioni, discussioni, ipotesi che si sono rincorse per anni spesso sfidandosi a duello sulle pagine di bollettini e notiziari. In una di quelle foto, felice, mi sono rivista anch’io…

La progressiva scoperta delle sezioni espositive occupate da reperti mai visti prima e decisamente interessanti (tra cui epigrafi funerarie e altari bronzei) viene corredata da brani scelti di opere letterarie e filosofiche; alcune parlano dell’essere archeologo, del fare archeologia. Altre della strenua ricerca dell’Uomo. Altre, semplicemente ma radicalmente, dell’ESSERE UOMINI, di cosa si pensa di se stessi, di cosa si vorrebbe pensassero gli altri e di come si desidererebbe che un domani gli altri ricordassero (o trovassero) di noi. Una mostra che, oltre che in compagnia di un archeologo e di un antropologo, secondo me andrebbe visitata insieme ad un filosofo! Un Virgilio capace di farci da guida sapiente in una ricerca che passa attraverso le ombre, unica strada possibile, prima di giungere alla luce della Verità.

1975. 1978. 1984… “Caspita! In quegli anni io c’ero già. Bambina, certo, ma c’ero!”. In quegli stessi anni, che ricordo benissimo e che ho vissuto, archeologi lavoravano scavando la mia città e rinvenendone frammenti di vita passata. Effettivamente dà una strana sensazione riflettere sul fatto che si fa archeologia … sempre! E’ un “discorso sul passato” che può iniziare in qualsiasi momento e porsi riferimenti temporali sempre diversi. Anche se dico “ieri”, o “l’estate scorsa”, o “10 anni fa” è passato. Non remoto, prossimo, ma senza dubbio passato. Eppure io l’ho vissuto, me lo ricordo. Qui lo ritrovo e lo interpreto alla luce di oggetti molto più antichi, di volti di archeologi oggi non più giovani studenti, oppure oggi non più tra noi ma che tanto della loro fatica e dei loro studi ci hanno lasciato.

Ecco, questa mostra mi ha spiegato concretamente il senso dell’ “imperfetto” del greco antico: “un’azione passata i cui effetti perdurano nel presente”.

Reperti interessanti mai visti prima; reperti che da oltre 40 anni giacevano nei magazzini, in attesa di essere ripresi in mano, amati, studiati… Che emozione davanti a quell’antefissa in terracotta decorata con un’elegante palmetta centrale ed una coppia di graziosi delfini… proviene dall’area del Foro, da uno dei due templi gemelli. Per non parlare di un frammento di parete affrescata recante un gentile profilo di donna su fondo azzurro…

E poi ti volti e vedi una miriade di ritagli di giornale. Il crollo del muro di Berlino. la morte di Lady D. L’uccisione di Falcone e Borsellino e molto altro ancora. Fatti più o meno recenti che ben ricordo. Ebbene, quei reperti sono emersi dalle viscere di Aosta in quegli anni. Ci raccontano sia di un passato arcaico ormai “perduto” (forse) e di un passato ben più fresco e a tutti noto. Ci parlano della nostra Storia più lontana e di quella a noi più vicina. E, nel frattempo, sanno farci volare con la fantasia, in bilico tra immaginazione e realtà, tra poesia e filosofia, tra sacralità e quotidianità.

Una quotidianità fatta di mille cose; le cose più disparate che ai nostri occhi quasi perdono di senso. Le usiamo ma non le osserviamo più con attenzione. E, allora, cosa succederebbe se in un futuro lontano, tra 500, 1000 o più anni un’archeologa si imbattesse nei nostri oggetti? Nella nostra “banale” quotidianità? Occhiali, ferri da stiro, cavatappi, scarpe, borse, bicchieri, lattine, penne, TV… fino a rinvenire addirittura un water rotto o un bidet! Cosa penserebbe? Come potrebbe interpretarli se tra noi e questo suo tempo futuro una sorta di apocalisse avesse distrutto tutto? Se non esistessero fonti, né fotografie, né video… niente!

Sembrava quasi di vederla, questa giovane archeologa di nome Doratha, catalogare e studiare reperti per lei sconosciuti e invece per me così quotidiani. La vedevo, china sullo scavo, nella polvere di una perduta Piazza Roncas post-atomica cercare di leggere le nostre tracce e scrivere, nella sua lingua strana, una sorta di Esperanto, i suoi pensieri e le sue considerazioni.

Arrivi alla fine di questa mostra e ti senti sfinito, felicemente spossato da un ricordare che si sovrappone all’imparare e al meditare. Sfinito dal tuo essere uomo. E, per quanto mi riguarda, commossa ed emozionata dal mio essere anche archeologa.

E’ stato come vistare una grotta, una caverna. Quell’adrenalina che si mescola al fiato corto, all’emozione della scoperta, ma anche ad una sottile ed imprecisabile forma di paura.. come se per qualche oscuro motivo non si riuscisse più ad uscire. Eppure, sebbene in un labirinto a tratti claustrofobico, avvolti da queste luci e da queste memorie, dall’animo e dagli spiriti, dalle voce, di questi nostri antichi concittadini, allo stesso tempo ti senti euforico e ti assale la voglia di saperne di più, sempre di più…

Labirinti di mura, di reperti, di luci, di veli di Maya e di ombre della caverna. E tra Diogene e Platone. Tra Ovidio ed Omero. Per approdare al “Trono di Spade”, capire quanto sia importante il nostro posto nel mondo, nel tempo e nello spazio, pur nella sua normalissima e banale quotidianità. Perché ognuno di noi, per l’archeologo, non solo fa la storia, ma è storia.

(Stella Bertarione)

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