In mostra ad Aosta Giovanni Segantini e la pittura di montagna. Emozioni di luce a fil di cielo


Colori e luci. Estati ed inverni. Imperdibile la mostra "Giovanni Segantini e i pittori di montagna" al MAR di Aosta fino al 24 settembre 2017.

Se è vero che nel momento supremo la vita ripassa davanti ai nostri occhi scorrendo veloce come fosse la pellicola di un film, chissà cosa deve aver visto e provato Giovanni Segantini quando, il 28 settembre 1899, all’età di 41 anni, un fatale attacco di peritonite poneva fine ai suoi giorni proprio al cospetto del ghiacciaio dello Schalfberg, nella sua amata Engadina.

Avrà forse incrociato per un istante gli occhi dei genitori, persi entrambi in giovanissima età; avrà ritrovato le strade, le chiese e i navigli di quella Milano che, se da un lato lo aveva visto, dodicenne, in riformatorio, dall’altro era stata impareggiabile fonte di stimoli e suggestioni della sua prima formazione artistica. Le lezioni di Giuseppe Bertini, l’amicizia con Emilio Longoni o il decisivo incontro con Vittore Grubicy… incontri che segneranno profondamente la sua carriera di pittore.

Ma in quel fatale istante avrà anche rivisto il viso di Luigia Bugatti, la compagna di una vita, che lo segue in Brianza, a Pusiano, dove prendono forma i suoi primi capolavori.

Ad interessarlo in questa fase sono temi legati ad una rappresentazione verista della vita contadina, raffigurata in opere come il Pastore addormentato, il Ritorno dal Pascolo o l’intensa tela La raccolta dei bozzoli, tutte presenti nell’ambito della rassegna di Aosta visitabile presso il Museo Archeologico Regionale fino al 24 settembre 2017.

Una prima e prolifica esperienza briantea fatta di prevalenti toni scuri, di soffusi controluce e di una pittura densa, “pastosa”. Una pittura che, per chi già conosce le opere principali di Segantini, dal tratto leggero permeato di luce, può lasciare disorientati e stupiti.

Ma è in Engadina, in quell’autentico anfiteatro naturale di montagne, che Segantini trova l’ambiente ideale dove portare a definitivo compimento l’adesione al Divisionismo, già iniziata da alcuni anni.

In quel contesto, carico di suggestioni, il meditare sul rapporto uomo-natura, imprescindibile fulcro della sua poetica, raggiunge apici di lirismo straordinari, ulteriormente enfatizzati ed amplificati da un particolare momento stagionale, una specifica condizione di luce, una figura immersa in un paesaggio grandioso, spesso persino straordinario nella sua abbagliante quotidianità.

Qui, e non altrove, la sua tavolozza si accende, con la complicità della tecnica divisionista, e i suoi temi si moltiplicano sino a quell’ultimo, fatale colpo di pennello, con il quale Giovanni Segantini cercava di portare a compimento il suo lavoro, quasi una sorta di testamento artistico, dedicato ancora una volta, guarda caso, alla Natura.

La visita della rassegna ospitata nelle sale del Museo Archeologico Regionale (MAR) di Aosta, costituisce un affascinante percorso che consente al visitatore di vedere da vicino, oltre alle opere brianzole di Segantini, i quadri di alcuni fra i “pittori della montagna” più rappresentativi del XIX secolo.

Un percorso che inizia con i toni caldi dell’estate dove il paesaggio alpino, fissato nelle differenti ore del giorno e della sera, è indiscusso protagonista, con le vette accese di luce, quasi ritagliate contro un cielo che più azzurro non si può, oppure sfumate nei toni dal viola all’arancio in un tramonto senza fine che profuma di fieni. Ma in montagna l’estate è fatta anche di improvvisi e violenti temporali. Magari durano poco ma, al loro passare, i prati trasudano di un verde indescrivibile, l’aria si riempie di profumi resinosi e balsamici, l’acqua dei torrenti gonfia la sua voce. La pioggia estiva lascia dietro di sé una coltre bassa e lattiginosa di nuvole madreperlacee; ma non è detto che le nuvole oscurino la luce… no, a volte le nuvole possono persino accentuarla ammantando il paesaggio di umidi ed opalescenti riverberi. In queste prime rappresentazioni c’è un unico, grande protagonista: la Natura.

L’uomo è quasi del tutto assente per poi irrompere sulla scena soltanto in una fase successiva, nell’ambito di un corpus di opere che ruota attorno al tema della vita campestre e contadina. Eccola quella civiltà di montagna fatta di contadini che aiutano gli armenti a trainare pesanti aratri su impervi declivi, fatta di greggi fissati sulla tela all’alba o all’imbrunire, di ritorni dal pascolo, a valle di infinite giornate di lavoro, ma anche di donne e di uomini ricurvi sui prati a raccoglier patate. Quegli uomini e quelle donne che Giuseppe Pellizza da Volpedo sintetizza mirabilmente nell’opera Le Scarpe, e che il nostro Italo Mus ha celebrato per anni, al lavoro nei campi o nell’intimità delle loro case, in quegli indimenticabili suoi interni, sempre sospesi fra sacro e profano.

La presenza dell’uomo si fa poi ancor più massiccia nella sezione dedicata ai villaggi e al paesaggio antropizzato, dove protagonista è l’architettura di montagna, un’architettura semplice e basica, fatta di pietra e di legno, figlia del territorio che la circonda e ancora ben distante da quelle profonde ferite alle quali neppure il nostro paesaggio resterà immune nella seconda metà del Novecento. Un campanile con poche case attorno, campi e orti ben curati, la stalla, il fontanile: questo il semplice scenario di quel tempo ormai lontano. Uno scenario che può anche diventare teatro di un corteo funebre, colto in un paesaggio ricoperto di neve, ma ammantato da una luce che profuma di primavera e – come tale – di speranza nel domani, nell’opera Funerali a Casteldelfino di Matteo Olivero.

Già nella pittura romantica, nel senso più pieno del termine, il tramonto e la notte sono stati momenti prediletti dagli artisti per raffigurare la montagna e anche questo filone è presente in mostra con opere come il Plenilunio in alta montagna di Silvio Allason, il Sole a Ussolo ancora di Olivero o i due spettacolari oli su tela, Alba e Alba d’inverno di Cesare Maggi. Proprio quel Maggi, già oggetto di un’altra mostra tenutasi sempre al MAR alcuni anni fa, che si rivela indiscusso maestro con alcuni pezzi raccolti nella sezione dedicata alla montagna d’inverno. Già solo la sua Catena del Monte Bianco che abbraccia una Courmayeur fatta di poche, sparute case, distante anni luce da quella di oggi, vale – da sola – una visita.

Ma non passano di certo inosservati né il Trittico, tutto dedicato all’invero, dello stesso Maggi, né l’immancabile Cervino di Leonardo Roda, né tantomeno lo spettacolare Gruppo del Monte Rosa dal Pic Tyndall di quel grande pioniere della fotografia di montagna, prestato alla pittura, che fu Vittorio Sella.

Di che colore è la neve? Se dite “bianca”, rischierete di sbagliarvi. La neve è cristallo puro e in essa possiamo trovare tutte le sfumature del cielo, del sole, della luna.

E poi, in ultimo, ecco i laghi. Azzurri e trasparenti punteggiano di luce le vallate scoscese, accendono boschi e sentieri di riflessi e di increspati baluginii. Qui si ha davvero l’impressione che le montagne si facciano metaforicamente più lontane, quasi a volersi congedare dal visitatore, reduce da un viaggio nella memoria, un viaggio in un “come eravamo” che non bisogna mai dimenticare.

(Leonardo Acerbi, Stella Bertarione)

 

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