C’era una volta, il Sidro…


Maley, il Sidro del Monte Bianco

C’era una volta, il Sidro… potrebbe essere questo  l’inizio di una favola e infatti, nella piccola Valle d’Aosta, in uno dei suoi ancor più piccoli angoli si nasconde, spesso sconosciuto ai più, un mondo rurale, da fiaba appunto, immutato nel tempo dove il rumore dell’acqua dei ruscelli ne è la quotidiana colonna sonora in una armonia globale tra i muri delle case vecchie, i prati da foraggio, gli orti casalinghi e bellissime ma ancor più vecchie e altissime piante.

Cosa c’è di strano? Che come spesso accade, a chi deve raggiungere una meta in auto, succede che il suo sguardo spazi ai lati della strada ma difficilmente si soffermi sui particolari; certo, un forno antico o un mulino con tanto di presa irrigua in legno a bordo strada non possono sfuggire  ma è il contorno quello che ci interessa, un contorno normale ma qui reso particolare proprio da quelle “bellissime ma ancor più vecchie e altissime piante”.

Siamo a Seissogne, villaggio a 1070 metri d’altezza  nel Comune di Saint-Marcel, poco sopra il villaggio di Plout col suo Santuario e poco sotto l’imbocco dei sentieri che conducono alle stupende acque verdi e più su alle  miniere recentemente recuperate per una visita davvero “fuori dal tempo”.

Qui vive Teresa, una donna minuta dagli occhi color del cielo che, oltre alle tante occupazioni della campagna, semina piante, ovunque; questa  non è proprio come La storia di Elzéard Bouffier  di Jean Giono o che ci troviamo di fronte alla erede di John Chapman – Johnny Applesed (Johnny Semedimela) ma potremmo dire che qualche similitudine c’è.  Austere e imponenti le piante del verger alpin  (il frutteto alpino) si fanno notare eccome, meli e peri di dimensioni ragguardevoli, altezze che sfiorano i 10-15 metri con diametri di circa 80 cm., chiome fiorite di alberi da frutto dai nomi unici, da fiaba appunto: Barbelune, Raventse, Rodzetta, ma queste non  sono le mele di Biancaneve.

Teresa, dai piccoli semi di mele storiche riesce a ricavare piantine che diventeranno in qualche anno i porta-innesti di nuove ma al tempo stesso antiche varietà di mele.  Ogni melo ha la necessità di avere una superficie di terra identica alla sua chioma, niente quindi coltivazioni a spalliera e ancor meno irrigazione a goccia o a caduta artificiale, una sana e anche questa secolare irrigazione di superficie:  biodiversità  e libertà assoluta.

Mele autoctone quindi, dedicate da sempre alla preparazione del Sidro, il vino di mele che tanta parte ebbe nella vita di intere comunità in epoche diverse. Oggi, grazie all’impegno di Gianluca Telloli e di chi lo ha seguito nel suo progetto con Maley, il Sidro piano piano ritorna agli onori della cronaca. Un lavoro prezioso che ha dato valore a delle microeconomie agricole locali, a beneficio di contadini quindi ma anche di chi senza fare nulla può continuare oggi di godere di un paesaggio naturale, armonioso, senza artifizi di sorta.

Quelle che si producono qui  a Saint-Marcel e in altre località valdostane (La Salle, Arvier, Brissogne, Aosta,  Antey Saint-André, Torgnon)  oltre che nei vicini comuni d’oltralpe di Servoz, Passy. La Terrasse, Novalaise e Bourg Saint Maurice e nell’area dolomitica di Kurtinig an der Weinstraße (BZ)  sono  appunto le mele destinate al Sidro Maley, una bevanda con una storia molto antica che rappresenta quell’unicum che nessuna “regola europea globalizzante” potrà mai cancellare. In Valle d’Aosta gli alberi da sidro (meli e peri) un tempo erano numerosi, piantati sovente ai margini dei terreni  coltivati ma che col passare dei decenni (e delle generazioni) vennero abbandonati o, peggio, nella maggior parte dei casi estirpati per dare spazio a nuove colture, non ultimo nelle operazioni meccanizzate di riordino fondiario. Fortunatamente alcune zone sono rimaste come un tempo, vuoi per l’impossibilità oggettiva di trasformare le superfici, vuoi per il desiderio di chi ne era proprietario di mantenere in vita quello che a tutti gli effetti è considerato ormai  ”un parente stretto di famiglia” o anche per non vedere morire quello che rappresenta nel suo piccolo un capolavoro agricolo racchiuso all’interno della cinta muraria romana di Aosta, tra mura di oltre duemila anni.

La produzione è molto limitata, qualche decina di chili per pianta ma con un valore in termini di terroir immenso. Ogni mela ha le sue note aromatiche che daranno al sidro finale un carattere davvero unico.

La sfida del futuro?

Sfruttare le opportunità anche quelle che possono sembrare impossibili come il coinvolgimento dei diversi proprietari dei meli in progetti mirati con le amministrazioni pubbliche (Comuni) a fare da coordinamento, ciò che in pratica fa ora il comune confinante di Servoz con i suoi paesani, sfruttare al meglio la ricerca che si è già avviata con l’Institut Agricole Régional di Aosta per la rinascita di quelle varietà vegetali pressoché scomparse ma, soprattutto, trovare nuovi giovani appassionati che amorevolmente continuino a seguire questi “testimoni secolari”, per ringiovanire nel rispetto del passato un mondo agricolo che ormai non c’è più ma che Barbelune, Raventse e Rodzetta hanno già visto cambiare radicalmente nel tempo: senza fretta.

(autore: Stefano Carletto - foto: Enrico Romanzi)

 

 

 


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