Splendori svelati. Il Castello di Quart apre le sue porte. Parte II

Evento dal 05/08/2016 al 28/08/2016
Prosegue la nostra scoperta del Castello di Quart. Tra ideali cavallereschi, eroi pagani e prodi cavalieri per vivere l'incantesimo dell'Età di Mezzo.

E anche per questo secondo post dedicato al Castello di Quart, voglio partire da lontano. O meglio, voglio partire dal suo aspetto esteriore, da quel paesaggio nel quale si incastona come un antico cammeo. Anche stamattina lo guardavo cercando di ricordare quale veduta di paesaggio medievale o rinascimentale potesse richiamare (perché, ero sicura, era come una sorta di “déjà vu”).

Infine un’illuminazione: ma certo, Andrea Mantegna! L’immediata verifica non ha lasciato spazio ad ulteriori dubbi. Quella natura rocciosa e spigolosa, dalle forme nette, ruvide, e dai colori scabri. Quei promontori di roccia attorno ai quali quasi si avvinghiano, si arrotolano, borghi e castelli. Cortine di alte mura, spesso merlate o agitate da torri ed altane, ricamate intorno a sporgenze di pietra. Mi viene in mente l’ “Orazione nell’orto”; certo, in quest’opera è la città di Gerusalemme ad essere rappresentata, ma da lontano, il complesso castello-borgo di Quart riesce a ricordarla. Oppure la parete ovest della più nota “Camera degli Sposi” all’interno del Palazzo Ducale di Mantova: sulla sinistra si notano due picchi rocciosi sui quali si ergono, severi ed irraggiungibili, altrettanti castelli cinti da mura. Quei volumi, quei contesti e quelle particolari cromìe ben si adattano al Castello di Quart.

UN MANIERO TRA LUCE E BUIO

La pittura ci accompagnerà anche all’interno, dove continui giochi di luce ed ombra, di sole e buio, scandiranno la nostra visita in un susseguirsi emozionante di chiaroscuri.

In attesa di entrare notiamo la luce del sole pomeridiano accendere la facciata del rivellino d’ingresso e sottolinearne l’aggetto sul fondovalle. Le mura del castello si stagliano contro un cielo blu cobalto.

Si accede quindi all’interno. Un primo spazio d’ombra per poi iniziare a salire verso l’alta corte nuovamente sotto il sole; sulla destra l’edificio che un tempo ospitava le scuderie. Le superiamo dirigendoci alla volta della cappella. Una vera bomboniera sapientemente restaurata e che oggi possiamo apprezzare nella sua candida, quasi abbagliante, veste secentesca. All’interno è tutto un delicato trionfo di stucchi: cornici, modanature, angioletti e girali vegetali.

Si prosegue, quindi, percorrendo il cosiddetto “percorso ipogeo”. In realtà un percorso creato artificialmente in seguito ai lavori di scavo che hanno messo in luce le fondamenta della primigenia cortina muraria dell’antico mastio. In questo corridoio si percorre la fronte sud di queste strutture ormai perdute alla vista esterna e, nel frattempo, grazie a dei video e a dei bei filmati multimediali, si ripercorre anche la lunga storia della nobile famiglia dei De Porta Sancti Ursi, poi divenuti Siri di Quart, e del castello stesso.

Usciti nuovamente all’esterno si continua la salita verso il mastio, il poderoso torrione trapezoidale, cuore dell’intero complesso, sia sotto l’aspetto architettonico che storico. Con gli occhi pieni del sole estivo che inonda letteralmente la terrazza, entriamo in un ambiente nuovamente buio e prendiamo posto su sedie dislocate appositamente per la visita.

Silenzio. Un’atmosfera di attesa preannuncia che di lì a poco qualcosa accadrà. All’improvviso si accende di fronte a noi l’immagine di uno scranno; dei passi, una voce. Sopraggiunge il nobile ed elegante Giacomo di Quart. Siamo accolti come ospiti graditi e inizia il racconto della sua famiglia, del loro illustre passato, delle loro gesta gloriose. Ci spiega dove ci troviamo e cosa ha rappresentato quel maniero per i suoi avi e per lui. Così come per i suoi fratelli, che sopraggiungono nel mentre, seppure solo come eteree presenze, come voci.

Enrico, prevosto di Aosta; Emerico, vescovo di Aosta quasi in odor di santità, ed Aimone, ricco e potente vescovo di Ginevra.

Ognuno di loro si sofferma su alcune raffigurazioni dipinte presenti nella sala. A poco a poco vengono illuminate e così possiamo apprezzare anche noi la straordinaria ricchezza e la raffinata cultura iconografica alla base di questi affreschi del XIII secolo.

Il ciclo dei mesi, di cui solo alcuni purtroppo sono sopravvissuti ai secoli e ai tanti riutilizzi della struttura. Si vede bene “Gennaio-Ianuarius” dal doppio volto, seduto a tavola intento al banchetto nel periodo di festa. Si intuisce “Febbraio-Februarius“: fa molto freddo ed un personaggio si scalda davanti al fuoco (come il “Febbraio” del grande mosaico della Cattedrale di Aosta). Una troppo ampia lacuna ci priva della primavera e dell’estate per tornare a far riemergere lacerti di mesi autunnali. Ci colpisce l’attività agricola di “Ottobre-October“: un contadino scuote i rami della quercia per farne cadere le ghiande. A “Novembre-November” si macella il maiale e, infine, a “Dicembre-December” si accumulano le fascine di legna per il fuoco.

ALESSANDRO MAGNO, SANSONE E…

Un suggestivo raggio di sole passa in quel momento attraverso l’oculo trilobato della parete nordoccidentale. Un riflesso, forse, ma tanto basta ad accentuare l’effetto magico, l’atmosfera sospesa di quella insolita visita guidata da Giacomo di Quart “in persona”. Si illumina un altro affresco (credo fosse il preferito proprio di Giacomo): Alessandro Magno a cavallo, sul dorso del suo nero e possente destriero Bucefalo, è intento a procedere (e non senza solennità) verso un albero assai particolare, quasi “fantasy”, indicato come “Arbor sica (ossia. “albero secco”). Dal tronco di quest’albero secco, assolutamente privo di foglie o frutti, si allargano nove grossi rami alle cui estremità spuntano altrettante teste, tutte rivolte verso il Macedone.

Tante le ipotesi, ma tutte orbitanti intorno alle diverse versioni del Roman d’Alexandre circolanti nel Medioevo, spesso intrecciate con altri scritti tra cui Il Milione di Marco Polo, solo per citarne uno. L’Albero della Vita? L’Albero del Sole e della Luna? Tra Alessandro e l’albero è in corso un dialogo. Che si tratti di una profezia legata alla sua vita breve ma incredibile, alle sue vittorie e conquiste oppure alla sua morte precoce? Per i Cristiani l’albero era comunque un simbolo pagano. Notiamo anche l’altro albero alle sue spalle, dalle forme fungine. Potrebbe trattarsi solo di pura stilizzazione delle chiome, ma ricordano parecchio i funghi raffigurati nel mosaico superiore della Cattedrale (sì, quello che in origine decorava l’abside di San Giovanni Battista, poi demolita). Il fungo vive nell’umido, quindi ha bisogno di acqua (di Vita), ma a ben vedere nasce dalla decomposizione organica. E’ una forma di vita che si genera dalla morte. Quindi questi funghi altro non sono che un simbolo di immortalità. Ma un fungo può anche dare origine a pericolose visioni, ad allucinazioni. Insomma, in tutto questo a mio avviso potrebbe celarsi un potente monito rivolto agli uomini, anche ai più valorosi e coraggiosi: siate umili e saggi, non fidatevi delle apparenze e rifuggite dalle illusioni. Inoltre notiamo che esattamente al di sopra di questa scena si staglia la mole di un elefante (e anche questi esotici animali sono presenti nel mosaico della Cattedrale). Nel folclore cristiano medievale si credeva che l’elefante non potesse piegare le ginocchia, e per tale motivo doveva appoggiarsi a un albero per dormire. Se l’albero si spezzava, l’elefante cadeva e non poteva più rialzarsi. E’ quindi simbolo del cattivo cristiano, vittima del suo stesso orgoglio, di quella che gli antichi Greci avrebbero chiamato υβρις (leggi ubris, sempre con la “u” francese), ossia “tracotanza”. Un cristiano solo di facciata che, in realtà, cercando appoggio nell’albero, si rifugia in simboli pagani. Ecco, dunque, il rischio di altre illusioni.

Ancora persa in queste mie letture ed ipotesi, ecco che la scena si “spegne” mentre se ne illumina un’altra, sulla parete opposta. A dominare il tutto una figura biblica: Sansone, rappresentato nel noto gesto di smascellare un leone. Sansone, simbolo dell’eroe cristiano, del Bene, che domina e sconfigge il Male (il leone). Sansone, il cui nome racchiude la radice della parola ebraica che indica il sole e i cui lunghi capelli altro non sono che i raggi. Il Sole che vince le tenebre. Ma anche Sansone avrà non pochi problemi; la sua “illusione” in questo caso è una donna, la bellissima e seducente Dalila che, di fatto, lo raderà a zero privandolo del suo potere. E anche qui c’è da meditare sul ruolo dell’eroe, più che altro sulla sua reale forza, sulla sua coerenza, sui suoi valori. In fin dei conti è un uomo e deve stare attento alle sue fragilità, alle sue imperfezioni e al pervasivo, occulto potere delle illusioni. Ultima nota: ora sappiamo che i Signori di Quart, prima di mutare il loro nome, erano i De Porta Sancti Ursi. Proprio nella chiesa dei SS. Pietro e Orso si trova un fantastico (e misterioso) mosaico del XII secolo (epoca in cui i De Porta Sancti Ursi risiedevano ancora ad Aosta), noto come “il Quadrato Magico”, al centro del quale campeggia un’iconografia famigliare: Sansone che smascella il leone, gli torce il collo obbligando la fiera a guardare verso l’alto, verso il Sole, verso il Bene Supremo. Che ci sia un legame? Insomma, che questa famiglia ravvisasse in questo personaggio un simbolo, una personificazione di valori morali e religiosi nei quali essi si rispecchiavano?

Ma qui ora ci fermiamo. I fratelli di Quart ci congedano, il fuoco nel camino si spegne. Nel donjon torna il buio, come se tutto fosse stato un sogno… o un’illusione?

Non so rispondervi, ma posso solo invitarvi a vivere l’incantesimo racchiuso  nelle vetuste mura del Castello di Quart.

(autore: Stella Bertarione)


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