Pellegrini del tempo in Valle d’Aosta


È iniziato il Giubileo della Misericordia. Come pellegrini medievali, riviviamo uno dei tratti più tratti della Via Francigena in Valle d'Aosta.

Siamo dei pellegrini in viaggio verso Roma. Corre l’anno 1300 e papa Bonifacio VIII ha indetto il primo grande Giubileo della cristianità. Siamo partiti dall’antica Urbs Remensis (oggi Reims), per i Romani Durocortorum, nel nord della Francia e lungo il cammino abbiamo incontrato tanti, tantissimi compagni di viaggio; molti si sono però dovuti fermare, alcuni si sono uniti a noi o ad altri, altri ancora, ahimé, non hanno sopportato le fatiche e i pericoli del percorso.

DAL VALLESE AL GRAN SAN BERNARDO

Dall’oppidum di Agaunum (oggi Saint-Maurice d’Agaune, nel Vallese) una lunga e faticosa salita ed un lento cammino di 2 giorni ci ha portati fin quassù, nel cuore di queste montagne selvagge. Nel punto dove le rocce si abbassano sorge un luogo di santa ospitalità e qui ci fermiamo: è il Mons Jovis, il colle del Gran San Bernardo.Ci siamo svegliati di buon’ora: una mattina cristallina ma assai fredda, quassù. Dopo una colazione frugale offerta dai canonici, ci apprestiamo a ripartire dall’ospizio voluto dall’arcidiacono di Aosta Bernardo verso la metà dell’XI secolo, vero e proprio baluardo contro i venti, il gelo e le tempeste di neve che spesso affliggono questa località così vicina a Dio. La mattina è fredda pur essendo piena estate, come del resto è normale che sia a 2473 metri di altezza, ma ci sentiamo decisamente rinvigoriti al pensiero che la salita è ormai terminata e ci aspetta solo una rapida e sicura discesa verso la piana di Augusta (Aosta).

Ma oggi possiamo vedere cose che i nostri amici pellegrini del XIV secolo non avrebbero potuto apprezzare. Innanzitutto l’attuale edificio dell’Hospice risale al 1821-25 ed è quindi di ben cinque secoli successivo, mentre la chiesa che oggi sorge al valico presenta forme seicentesche.
Non avrebbero certo potuto visitare il museo archeologico dedicato ai ritrovamenti di eccezionale importanza effettuati al Plan de Jupiter, pertinenti ai resti di una stazione di sosta (mansio) edificata all’inizio del I secolo d. C. su un sito già conosciuto e frequentato sin da epoca preistorica, incluse le numerose tavolette votive offerte dai legionari e dai mercanti di passaggio a Giove Pennino, divinità eponima di questo luogo, per la grazia concessa loro nell’attraversamento di questi monti.
Infine non sarebbero stati accolti dall’abbaiare dei cani San Bernardo oggi simbolo di questo passo, giunti all’ospizio solo nel XVII secolo.
Ma torniamo nel 1300 e seguiamo il loro peregrinare.

IN CAMMINO SULLA STRADA ROMANA

Cercando di non pensare al freddo, affrontiamo con i nostri compagni di viaggio  (viaggiare da soli non è mai prudente) la strada che, con grandi tornanti, ci porta a perdere velocemente quota. Quello che ci colpisce è la qualità di questo tratto di carrareccia, che si presenta a volte tagliata in roccia, altre volte lastricata, caratteristiche che non abbiamo trovato spesso nel corso del nostro pellegrinaggio e che ci fanno immediatamente capire che deve trattarsi di una via di grande importanza. Uno dei nostri compagni ci spiega che questa strada venne costruita dagli antichi Romani, e che era una grande via di comunicazione tre le regioni cisalpine e transalpine; ammirati dall’ingegno di questo popolo capace di piegare la natura ai propri bisogni, proseguiamo il cammino senza poter immaginare che il pellegrino del XX secolo non avrebbe più potuto percorrere, se non per pochi tratti, questa straordinaria via di collegamento,modificata prima dall’avvento dell’esercito napoleonico all’inizio del XIX secolo e poi quasi definitivamente cancellata dall’odierna statale 27.
Pochi chilometri ed una pendenza mozzafiato ci conducono all’ospizio di Fonteinte, fondato dal vescovo Pierre de Bosses grazie alle donazioni del nobile Nicolas de Richard de Vachéry nel 1258. Veniamo accolti dal rettore che ci offre una pagnotta ed un buon bicchiere di vino, mentre ci spiega che la struttura di carità è aperta dalla festa di San Martino (11 novembre) alla Visitazione della Vergine (31 maggio), col compito di aiutare i pellegrini (servizio che dismetterà solo nel XVIII secolo).

SUI PASSI DI SIGERICO

Dopo una benedizione nella piccola cappella, si riparte tra i pascoli, per giungere, proprio dove questi lasciano il posto alle conifere, al borgo citato nel diario di Sigerico come Sancte Remei, Saint-Rhémy, nome probabilmente legato al culto di San Remigio vescovo di Reims ( e ci sentiamo un pò a casa). Anche in questo borgo (l’antica Eudracinum romana), che ci appare subito decisamente florido dal punto di vista economico come testimoniano la qualità di alcune abitazioni e la presenza di mura a cingere il complesso abitato, è presente un luogo di ricovero per i viandanti con annessa una cappella dedicata a San Maurizio. Chiuso nel 1669, oggi non ne rimane traccia, ma nel 1300 era sicuramente nel pieno della sua attività. Inoltre il paese pullula di pellegrini sulla via del ritorno, e la popolazione locale è organizzata per fornire un vero e proprio servizio come accompagnatori e portatori, i cosiddetti vectuarii (poi marronniers), indispensabile specie nei mesi più freddi dell’anno. Salutiamo alcuni nostri compagni, che hanno deciso di fermarsi qui per la notte, e proseguiamo fino all’abitato sparso di Bosses, dove ci colpisce in particolare la presenza di una massiccia costruzione fortificata a pianta quadrata: si tratta della residenza di una nobile famiglia, i signori De Bocza (oggi trasformata in centro espositivo). La chiesa, dedicata a San Leonardo, è invece decisamente piccolina (quella attuale è del 1860-61) ed il tempo, che sembra iniziare a guastarsi, ci spinge ad accelerare il passo in direzione del villaggio successivo, Sancti Eugendi (Saint-Oyen).

UNA LUNGA STORIA DI ACCOGLIENZA E OSPITALITÀ

A passo spedito raggiungiamo il villaggio, dove cerchiamo immediatamente un posto per trovare riparo dall’inclemenza del tempo. Veniamo indirizzati verso una sorta di grangia, un complesso che sotto il nome di Castellum Verdunense (Château-Verdun) cela un’antica casa ospitaliera (gestita dai monaci del Gran San Bernardo dal 1337, anno in cui venne loro donata dal conte savoiardo Amedeo III, ed ancora attiva oggi all’inizio del XXI secolo). Mentre usufruiamo della carità offertaci, ascoltiamo racconti che parlano del passaggio per queste contrade persino di Carlo Magno, quasi sei secoli prima di noi, e ci sentiamo davvero immersi in un percorso dove ogni pietra trasuda storia e fede. Decidiamo di passare qui la notte e, dopo aver dedicato il vespro alla cura della nostra anima, concediamo alle membra il meritato riposo.
Il giorno successivo riprendiamo il cammino in direzione del borgo di Estruble o Restopolis (oggi Étroubles), così chiamato in una Cronica del 1130 del monaco belga Rodolfo di Saint-Trond. Poche miglia e veniamo accolti dal profilo tozzo e squadrato di una torre, che i locali chiamano Tour de Vachéry, un vero e proprio monolite a controllo della strada, come spesso ci è capitato di vederne nel nostro cammino. Affrontiamo le formalità e possiamo quindi entrare nel borgo fortificato, dove ci dirigiamo verso la chiesa dedicata all’Assunta, che verrà ricostruita nel corso del XV secolo e poi completamente riedificata nelle forme attuali nel XIX secolo. Nel 1300 non è ancora stato realizzato l’ospizio intitolato ai SS. Nicola e Maddalena, fondato nel 1317, ma il paese è già strutturato per fornire assistenza ai pellegrini, specie grazie al servizio di marronnaggio che, in seguito agli Statuti emanati da Casa Savoia nel 1273, è stato riservato ai soli abitanti dei borghi di Étroubles e Saint-Rhémy.
Proseguiamo uscendo dal villaggio, dopo aver ammirato una seconda maestosa torre appena al di fuori dell’abitato, chiamata Tour d’Étroubles (oggi scomparsa), per giungere poco dopo in località Echevennoz e quindi all’antico ospizio di La Clusaz, esistente dal 1140 (oggi trasformato in accogliente albergo-ristorante). Dopo una preghiera nell’adiacente cappella dei SS. Maria e Pantaleone, riprendiamo il cammino fino a Gignod, dove veniamo accolti dall’imponente mole della torre quadrata a controllo dell’accesso viario, che ben chiarisce, insieme alla casaforte della famiglia dei nobili Archiéry, l’importanza commerciale e politica di questa statio, sorta già in epoca romana.
Nel sito dove oggi sorge la chiesa di Sant’Ilario, nel 1300 è presente un castello, ed è quello che i nostri occhi possono ammirare mentre attraversiamo questa località dove confluisce il cammino proveniente dalla conca della Vallis Poenina (Valpelline), attraverso cui hanno accesso alla Vallis Augustana (Valle d’Aosta) i pellegrini provenienti dall’area elvetica orientale.
Scambiando poche parole con alcuni di loro veniamo a sapere che anche quel tracciato è abbastanza agevole: si passano villaggi dove la presenza della Via Francigena è ben radicata, come testimoniano numerose cappelle lungo il tracciato, oltre a siti fortificati a controllo della strada, tra cui emerge la cosiddetta Tornalla presso il Castrum Agaciae (Oyace), insediamento già citato dallo storico romano Strabone nel I sec. d.C..
Dopo una breve sosta ci prepariamo a ripartire e, dopo poche miglia, finalmente la valle si apre lasciandoci scorgere in fondo la prossima tappa del nostro viaggio: Augusta (Aosta). È lì che passeremo la notte, in uno dei tanti ostelli e xenodochi presenti in città, prima di rimetterci in cammino alla volta della meta ultima del nostro pellegrinaggio: Roma, caput et fundamentum totius christianitatis.
(Stella Bertarione)


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