Grivel, montagna, alpinismo


Dalla Valle d'Aosta, nel cuore delle Alpi, alla conquista delle vette del pianeta. Grivel, montagna, alpinismo.PICCOZZA GRIVEL

Grivel: la più antica e innovativa multinazionale dell’alpinismo

 

“Noi vogliamo mantenere le nostre tradizioni, tenendoci, cosi, in contatto con le montagne e con l’uomo che vuole sfidarle.

Non negozieremo la nostra essenza per il profitto e non rischieremo di perderla insediandola in altre regioni”.

 

Così c’è scritto sul sito della Grivel. Questa è la frase mi ha colpito smanettando sul computer la sera prima dell’intervista.

Un sito all’avanguardia, design oriented, con animazioni, filmati, immagini a scorrimento e head line in inglese. Menomale che si possono scegliere le lingue, perfino il russo.

Inizio da “WHO WE ARE”.

 

“Benvenuti”, così il giorno dopo, sorridente e fotogenico, Gioachino Gobbi accoglie me ed Enrico, il fotografo. A ruota appaiono sua moglie Betta, suo figlio Oliviero e quattro palestrati russi che armeggiano tra zaini e imbragature.

Gioachino Gobbi (dx), Betta Gobbi Frera (centro) e Oliviero Gobbi (sx)

Gioachino Gobbi (dx), Betta Gobbi Frera (centro) e Oliviero Gobbi (sx)

Gioachino (con una sola “c”) gentilmente chiede: “Quanto tempo avete a disposizione?” E inizia dal congresso di Vienna.

“Era ancora da decidere come l’Europa fosse fatta, quando, nel 1818, il fabbro Grivel di Courmayeur, invece di realizzare solo attrezzi agricoli, iniziò a forgiare attrezzature alpinistiche per soddisfare le richieste dei primi facoltosi turisti inglesi. Vivendo nello United Kingdom, erano invidiosi delle nostre protuberanze orografiche di oltre 4.000 metri e si erano messi in testa di scalarle.

I primi ramponi moderni furono realizzati da Henry Grivel nel 1909, più tardi, il figlio ebbe l’intuizione geniale di progettare i ramponi a due punte anteriori, che nel ’38 permisero di violare la parete nord dell’Eiger, ultima via inesplorata delle Alpi.

Nel 1865, in un’Italia ancora neonata, piccozze e ramponi Grivel sconfissero il Cervino: esattamente 150 anni fa.

Bene, noi, tra tre anni festeggiamo il bicentenario della Grivel”.

 

Complimenti…mi scusi se la interrompo: Grivel…o Grivél?

 

La professione di fabbro “di montagna” dei Grivél (in italiano, con l’accento ortofonico sull’ultima “e”) si tramandò, ai piedi del Monte Bianco, di padre in figlio, fino agli anni ’50, momento apicale dell’alpinismo di conquista.

I 4.000 non bastavano più agli Inglesi che, scavalcando l’Europa, nel ’53 piantarono la loro bandiera sugli 8848 metri dell’Everest. Risposero nel ’54 gli italiani conquistando gli 8611 del K2. Conclusero i soliti Inglesi riuscendo a mettere sotto i loro ramponi gli 8598 metri del Kangchenjunga. Le tre cime più alte del pianeta, che furono scalate con ramponi Super Leggero Grivel, realizzati da Amato Grivel nel ‘36, in collaborazione per la prima volta con le acciaierie Cogne e utilizzando una innovativa lega di Nichel, Cromo e Molibdeno chiamata Cromolly.

Mi perdoni, io non me ne intendo, vengo dal fondo valle…non ho ben capito il nome dell’ultima montagna…

Si figuri, in effetti, ha diversi nomi: Kangchenjunga, in Nepalese: कञ्चनजङ्घा, in Sikkimese e Tibetano: གངས་ཆེན་མཛོད་ལྔ་, in Hindi: कंचनजंघा.

 

 Ah ecco…Grazie! Ma da Grivél come siete diventati Gobbi?

Per colpa delle donne: l’ultimo Grivel, Dominique, non assicurò più una discendenza in linea maschile e nacquero tutte femmine, che trovo non siano molto adatte al lavoro da metalmeccanico. Così, tra gli anni ’60 e ‘70,  l’azienda andò in crisi.

 

 E l’azienda come…tornò in vetta?

Per colpa delle donne: mio padre, Toni Gobbi, giovane di bell’aspetto e speranze della bassa lombarda, svolse il servizio di leva presso la scuola militare Alpina di Aosta nel ’39: scoppiò la guerra e lui fu trattenuto in Valle.

 E le donne cosa c’entrano?

 L’occasione fa l’uomo ladro e, tra una marcia in montagna e l’altra, conobbe Romilda che, come tradizione valdostana vuole, era bionda con gli occhi azzurri, discendente della famiglia Grivel di Courmayeur e di origini valdostane da prima della scoperta dell’America.

 E’ proprio vero: l’amore non ha confini…

 Ma neanche il resto sa?

Pensi al Monte Bianco e a tutto ciò che lo circonda, a quanti paesi intorno a lui hanno un’economia montana, a quanta gente si sveglia al mattino con il silenzio e mezzo metro di neve, convive con freddo, ghiaccio e panorami mozzafiato, vive al ritmo della natura, salendo o scendendo, ma sempre in verticale.

La diversità non è una questione di confine naturale, ma di cultura. L’ostacolo non sono le catene montuose, ma la differenza tra l’uomo di montagna e quello di pianura.

Pensi a noi: crede che la nostra azienda avrebbe potuto nascere in un posto diverso da quello dove è nato l’alpinismo? Non avrebbe potuto garantire il plus alla base del nostro lavoro: l’esperienza. Indispensabile per consigliare e soddisfare un target di nicchia altamente specialistico, per creare prodotti sempre di più alta qualità, per sperimentare materiali sempre più tecnologici, per garantire la sicurezza. Un patrimonio insostituibile se si batte sullo stesso ferro e si è abituati ad affrontare le sfide della montagna  da 200 anni.

La montagna è la nostra vita , dalla montagna dipende la nostra vita.

E da qui non ce ne vogliamo andare.

  

Trafficando sotto il tavolo col cellulare vado a rileggere sul loro sito le due righe che la sera prima mi avevano tanto colpito:

“Noi vogliamo mantenere le nostre tradizioni, tenendoci, cosi, in contatto con le montagne e con l’uomo che vuole sfidarle.

Non negozieremo la nostra essenza per il profitto e non rischieremo di perderla insediandola in altre regioni”.

Ora ne capisco il perché.

FINE 1a parte

Intervista di Enzo Parretta – Foto di Enrico Romanzi


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