Grivel, montagna, alpinismo (seconda parte)


Dalla Valle d'Aosta, nel cuore delle Alpi, alla conquista delle vette del pianeta. Grivel, montagna, alpinismo.Ramponi Grivel

Dopo la seconda  parte, proseguiamo la visita – intervista da Grivel, la più antica e innovativa multinazionale dell’alpinismo.

Dalla grammatica alla pratica: visitiamo la fabbrica.

Open space con tante linee di produzione parallele alternate ad alte scaffalature che disegnano i diversi reparti, luci potenti ma discrete, nessun odore particolare, ordine e pulizia.

Il nostro Virgilio metalmeccanico è sempre l’affabile Gioachino Gobbi.

 A me piace l’ordinedice.

Enrico scappa, attirato da un punto di ripresa che gli fa gola, Gioachino lo richiama all’ordine. E’ lui che sceglie il percorso.

“E non vi faccio neanche vedere tutto” – asserisce.

Piccozze tutte in fila come tanti alpini all’adunata, punte di ramponi d’acciaio che fanno a gara per luccicare, viti da ghiaccio in ordine sparso, texture di moschettoni colorati. Torni, trapani, frese, ma anche strane macchine come grandi acquari; e gli operai che ci guardano dentro, dove strani marchingegni si muovono da soli.

“Le nostre linee di produzione sono tutte meccanizzate e automatizzate, gli addetti hanno soprattutto una funzione di controllo, il resto lo fanno gli impianti, che abbiamo fatto progettare ad hoc in funzione delle nostre esigenze”.

Gioachino ci mostra la macchina che controlla la resistenza dei moschettoni in “alluminio 7000”.

Moschettoni Grivel

Moschettoni Grivel

“Vengono sottoposti, uno ad uno, ad una forte trazione: quelli che si deformano oltre un valore standard di sicurezza ruotano sul piatto e vengono scartati, gli altri vanno a posizionarsi sotto un lettore laser che vi incide sopra il numero di serie, i dati di certificazione e la data di produzione. Naturalmente ogni mercato ha le sue esigenze, ad esempio il giorno “13”  lo saltiamo perché gli americani dicono che porta sfortuna, così come non facciamo prodotti bianchi perché in Giappone è il colore del lutto. Anche questo è marketing. Ma l’importante è l’essenza”.

Il prodotto finale non avrà solo le caratteristiche tecniche desiderate, ma conterrà anche l’essenza: il perché di chi le ha progettate in un certo modo. Questo è il vero “Valore Aggiunto” del produrre in montagna per soddisfare le esigenze di chi in montagna ci va davvero”.

Passiamo al prodotto simbolo, il protagonista del marchio Grivel: la piccozza.

Piccozza Grivel

Piccozza Grivel

“La storia racconta che nel 1909, quando Oskar Eckenstein, l’uomo che inventò il rampone, entrò per la prima volta nel laboratorio fumante di Henry Grivel a Courmayeur, il fabbro era già da tempo famoso per l’incredibile robustezza delle sue piccozze. Il segreto stava, e sta, nella tecnica di forgiatura a caldo, la stessa che viene utilizzata per le lame di Damasco e Toledo, famose per la loro resistenza estrema”.

Piccozze di forme avveniristiche e colori assortiti. Enrico, il mio amico fotografo, scatta più che può e, fra un dettaglio e un primo piano, essendo un appassionato di montagna, fa domande tecniche.

Ne prendo una in mano:  ma che forma strana, sembra un boomerang.

“Così come siamo stati i primi ad utilizzare leghe di acciaio Nichel-Cromo-Molibdeno e la tecnologia Laser per i nostri ramponi, siamo stati i primi anche ad utilizzare la fibra di carbonio nei manici delle piccozze. Il primo manico curvo in fibra di carbonio l’abbiamo presentato nel 1986“.

Ma i manici delle piccozze, una volta, non erano in legno?

Non glielo dico sennò capisce che non sono un alpinista.

“La Grivel crede nella ricerca e sperimenta sempre nuove tecnologie, ma allo stesso tempo non dimentica mai le proprie origini. Come lei saprà, pur non essendo un alpinista, una volta i manici delle piccozze erano in legno”.

Ed ecco una rastrelliera con piccozze old style: queste sì che le riconosco!

“Nel 2004 siamo riusciti ad ottenere, primi in assoluto, la certificazione “CE” per un manico in legno, superando le rigidissime normative sulla resistenza: abbiamo utilizzato il Carbonwood”.

Ma si vede benissimo che il manico è in legno! mi prende per un Padano?

“All’interno del legno, abbiamo inserito strati di carbonio, creando un manico leggero, estremamente resistente, elettricamente e termicamente isolato, che può sopportare importanti sollecitazioni. Questo è l’esempio calzante che non esistono soluzioni universali, al contrario: per ogni problema si può trovare una specifica risposta tecnologica”.

Arrivano i Russi: dei “macho” scolpiti nella roccia ai quali Gioachino Gobbi mette in mano  piccozze ipertecnologiche. Enrico coglie l’attimo.

Atleti Russi del team Grivel

Atleti Russi del team Grivel

Scopriamo essere il team reparto corse di Grivel e, tra loro, c’è Maxim Tomilov, campione del mondo di arrampicata su ghiaccio.

“Abbiamo anche una squadra di trail-running: il “Grivel international running team” composto da sei atleti tra cui due valdostani: Sonia Glarey e Giuseppe Grange. Corrono il Tor des Géants, la gara di endurance-trail più dura al mondo. Non è alpinismo puro, ma è un settore che va molto di moda, e noi ci adattiamo alla richiesta”.

Passiamo nel reparto stampaggio dove enormi presse ad iniezione, che man mano diventano sempre più piccole e specializzate, ingoiano minuscoli quadratini di plastica e sputano fuori manufatti ancora caldi: manopole di bastoncini, scocche di caschi, componenti minuscoli.

Per uscire, mi infilo in un’officina senza uscita con tanto di calendari da metalmeccanico. Capisco che il giro è finito.

 

Gioachino conclude l’incontro.

“E ora do i numeri:

Grivel è una multinazionale la cui attività è peculiare del territorio di appartenenza e opera a livello globale in un mercato specialistico di nicchia.

Esportiamo oltre il 90% della produzione in 35 paesi del mondo, perfino in Cina.

Il nostro mercato primario è il Giappone, un mercato molto selettivo che la dice lunga sulla qualità e l’innovazione tecnologica che garantiamo. Poi Stati Uniti, Francia, Italia e gli Inglesi che vengono a scalare le Alpi.

Una cinquantina di dipendenti per una produzione metalmeccanica di 5 milioni di euro: piccozze, ramponi, viti da ghiaccio, caschi, moschettoni. Altri 5 milioni sono il ricavo proveniente dalla vendita di accessori di abbigliamento tecnici, principalmente zaini e imbragature, che produciamo rispettivamente in Vietnam e Madagascar.

Il nostro centro ricerche ci rende i più innovativi del settore. Possiamo infatti vantare una convenzione con il laboratorio di meccatronica del Politecnico di Torino per lo sviluppo di nuovi importanti progetti. Ed è per questo che non vi ho fatto vedere tutto.

Siamo ai piedi del Monte Bianco e sfruttiamo la nostra posizione di vantaggio in rapporto al nostro core business: abbiamo immediate e innumerevoli  possibilità di aree-test. Per cui, appena rilevammo la Grivel, pensammo fosse importante offrire una qualità garantita. Primi in assoluto nel settore, ottenemmo, nel ’92,  la prima certificazione internazionale dei nostri prodotti e, nel ’96,  l’ISO9001, certificazione di sistema gestionale e produttivo di qualità. Ora ci è stata riconosciuta anche la certificazione di qualità ambientale ISO14000. Perché il territorio e l’ambiente vanno rispettati.

Sul tetto della nostra fabbrica i pannelli fotovoltaici sono 3656 e producono l’equivalente del consumo energetico di 194 famiglie, il corrispondente di 1173 barili di petrolio all’anno. Tutta l’energia che utilizziamo per il nostro lavoro ce la forniscono loro“.

E ora, pubblicità!

“Investimenti pubblicitari? Non ne facciamo. La nostra migliore pubblicità sono il passaparola e i nostri riconoscimenti internazionali”.

 

“Noi vogliamo mantenere le nostre tradizioni, tenendoci, cosi, in contatto con le montagne e con l’uomo che vuole sfidarle.

 

Intervista di Enzo Parretta – Foto di Enrico Romanzi


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