Alessandro Stevanon: il regista che ha trovato l’America


Intervista con il giovane regista valdostano autore del pluripremiato cortometraggio “America”

Alessandro Stevanon è nato ad Aosta nel 1982. Il suo cognome, seppur simile ad alcuni nomi di famiglia valdostani, rivela antenati immigrati dal Triveneto. Da valdostano convinto, frequenta con profitto il Liceo.  A 19  anni aveva già in testa il cinema e un look alla Michael Moore: occhiali affumicati, cappellino, abbigliamento improbabile e due baffetti che non crescevano ancora. Per cercare di aggiungersi un paio d’anni, faceva il  serio e si faceva prendere sul serio: parlava poco, ascoltava molto, afferrava al volo ciò che c’era da captare, passava sopra alle difficoltà e poi faceva come voleva lui. Proprio come oggi, ma con due baffi  e un pizzetto in più.

Alessandro, quando hai deciso che volevi fare il regista?

Appassionato di cinema da sempre, terminate le superiori, mi sono trasferito a Roma per frequentare l’Istituto di Stato per la Cinematografia “Roberto Rossellini”. Dopo il diploma, anche se a malincuore, sono rientrato in Valle d’Aosta. Ma ho qui le mie radici, da queste traggo linfa per i miei film, non ho rimpianti. Soprattutto ora, felice padre di famiglia di due bimbe.

Ti ricordi la tua opera prima?

Come no, c’eri anche tu sul set… come sai, amo molto la storia e, da bambino, ero rimasto colpito dai racconti di mia nonna: mi parlava sempre del fratello mai più ritornato dal fronte russo durante la seconda guerra mondiale. Da quei ricordi è nato “Niet No Nein”, cortometraggio ambientato in un gulag russo.

Ricordo le scarpinate, carichi come muli, al castello di Ussel e le riprese in una tormenta di neve con i fucili giocattolo…

…fucili giocattolo di legno, già… pochissimi mezzi e ancora poca esperienza. Nonostante tutto, vinsi, nella categoria riservata agli studenti, il primo premio al Festival del cortometraggio di Cinecittà… studiavo ancora a Roma.

E dopo i fucili giocattolo?

Da ragazzino divoravo letteralmente la pellicola di Quentin Tarantino “Pulp Fiction” (tanto è vero che la videocassetta si ruppe e dovetti ricomprarne un’altra). Nel 2004 aprii una piccola casa di produzione chiamandola, in suo onore, Ezechiele 25:17.  Un nome che mi portò fortuna: iniziarono da lì le mie prime collaborazioni con affermati professionisti. Un’esperienza “free” che mi ha permesso di sperimentare  vari generi, dalla pubblicità, alla fiction, al documentario, mezzo nel quale mi sento più a mio agio. Il primo mio documentario è stato “Aquiloni Controvento“, la biografia del pittore Francesco Nex, ora scomparso.

Ma poi cosa hai fatto da grande… Maestro?

Proprio così: nel 2005 ho iniziato a fare il maestro elementare, attività che tuttora svolgo con altrettanta passione. In Cahiers, il documentario con il quale mi sono affacciato per la prima volta sulla scena dei festival internazionali, ho unito scuola e cinema. Racconto una giornata qualunque, ma non in una scuola qualunque. Il corto è infatti ambientato in piccole scuole di montagna, ancora oggi presenti in Valle d’Aosta. Una storia raccontata attraverso la spontaneità degli alunni delle elementari di Gressoney-La-Trinité e di Rhêmes-Notre-Dame, dove ho anche insegnato.

Ma America quando arriva?

Dopo essermi fatto le ossa e un bel po’ di esperienza sul campo. L’ho girato nel 2012 e presentato in anteprima assoluta il 1° febbraio 2014 al Clermont-Ferrand International Short Film Festival, il più prestigioso evento mondiale dedicato al cinema breve.

Come è andata?

Ho avuto una grande soddisfazione: nella competizione internazionale, “America” è stata l’unica produzione italiana selezionata tre le oltre 7200 opere pervenute da tutto il mondo.

E dopo la soddisfazione?

Un’altra soddisfazione: l’anteprima italiana al Bari International film Festival, dove ho ricevuto il Premio Michelangelo Antonioni per il miglior cortometraggio. Sicuramente il riconoscimento più importante tra quelli ricevuti.

 Alla fine, quanti premi hai collezionato? 

In totale il film ha ricevuto 19 premi in oltre 70 festival in giro per il mondo.

 Avrai ricevuto complimenti senza fine… quale è stato il più apprezzato?

 A Ischia film festival,  dove ho vinto ancora per il miglior corto in concorso, il presidente del Festival il regista Pupi Avati, dopo aver visto “America”, disse: “ho visto in questo modo di fare cinema una libertà della quale non disponiamo più”.

 Come  racconteresti il soggetto di America?

 È il racconto di una vita immaginata a far correre i nani, fatta di castelli in aria e amorevoli gesti terreni, vissuta in un altro cortile, in un altro mondo, a un passo dall’eternità…

 Bello, ma non ho capito niente…

 Il film racconta la storia di Giuseppe Bertuna, o meglio, Pino America, come lo chiamano tutti, quando lo incontrano per le strade di Aosta. È questo il suo palcoscenico e il ruolo di “primario del reparto eternità”, quello da lui scelto. È uno spirito anarchico che, anche se la vita gli ha tarpato le ali, grazie ai suoi sogni di bambino continua a volare.

 Questo è il protagonista, ma in America, cosa ci hai messo di tuo?

 È una panoramica esistenziale raccontata sottovoce in un cortometraggio garbato ma dissacrante, drammatico e surreale.

 Tu sei di poche parole, adesso te lo dico io:

“Per la capacità di aver presentato un personaggio irresistibile con uno stile costantemente in equilibrio fra l’approccio documentaristico proprio dello spaccato della vita reale e quello della finzione pura, grazie all’eleganza della confezione stilistica e soprattutto alla capacità di raccontare nel tempo ridotto del cortometraggio l’intera vicenda di un essere umano”.

Questa è stata la motivazione del premio Michelangelo Antonioni per il miglior cortometraggio al Bari International Film Festival.

 Il film da chi è stato prodotto?

 Il film è stato prodotto da me con il sostegno della Film Commission Vallée d’Aoste.

Domanda finale obbligata: il futuro?

Tante idee e, anche grazie all’eco di “America”, un paio di interessanti progetti in corso…

 Come, quando, dove?

 Uno in Valle d’Aosta e uno fuori. Per scaramanzia non voglio dire di più… non sono ancora certo, ma, come regista, con “America” spero proprio di aver trovato l’America.

Intervista di Enzo Parretta del 20/11/2014


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