TOR DI VEUN: Giro del Vino… a “tappi” – 10ª puntata – I vignerons e il loro mondo


Dal Far West americano al Far West italiano: quando il lontano ovest chiama...tappi equilibrati da Di Barrò

Il  terzo “tappo” del Tor di Veun dei Vignerons: Di Barrò

Seconda metà del 1800.

Il piroscafo parte con il suo carico di anime verso la terra promessa. La fame, la miseria ma anche la dignità di uomini e donne accomunati dal lasciare alle spalle una vita di stenti e il miraggio di una rinascita, altrove, al di là di quello che sembra un lago immenso, ai più sconosciuto, che qui chiamano mare. Genova ormai è alle spalle e il vento del nord rende gelide le lacrime di chi osserva e sa che quella terraferma non la toccherà mai più.

Questa è stata la storia di molti italiani.

Victor Berthod e Vittorina Cauderaz, come tanti, affrontano un viaggio incredibile. Abituati come sono alle cime innevate valdostane, al loro arrivo a New York hanno un sussulto: all’orizzonte e poi sempre più vicino montagne, si, ma di cemento. Prima di tutto però ecco la quarantena, i documenti, gomito a gomito con gente di tutte le razze, di lingue e dialetti mai sentiti e poi, una volta “liberi”, poter partire dalla città per cercare fortuna. Finalmente la nuova vita aveva inizio.

Victor e Vittorina vivono per diversi anni negli Stati Uniti, si occupano di bestiame a  Squaw  Valley, in California, e nel frattempo la famiglia cresce: 10 figli ed un solo desiderio, lavorare duro per poter tornare un giorno, chissà, all’ombra del castello di Sarriod de la Tour.

Una storia questa come quella di tanti “emigrés valdôtains” ma che per alcuni di loro fu veramente una scelta estrema, non Parigi o Lione o Marsiglia, ma molto più lontano, l’America, ed è in quel paese così diverso non solo nella lingua che nasce in fondo quello che poi sarà molti anni dopo l’azienda DI BARRO’.

All’ingresso di una villetta con vigneto sotto lo sguardo curvo della Grivola, Elvira Rini ci accoglie con un bel sorriso e nel suo racconto il vino diventa davvero qualcosa di importante, è la storia di questi luoghi che parla.

Elvira  una storia affascinante quella della vostra famiglia, possiamo dire che l’azienda Di Barrò nasce da quel viaggio?

Il nome dell’azienda, DI BARRO’,  l’abbiamo voluto proprio per ricordare i cognomi dei due suoceri, BARmaz e ROssan, un acronimo che unito suona Barò che in patois poi significa piccola botte (quella che un tempo veniva portata a spalle nelle feste dei coscritti ad esempio). Una storia ormai secolare dove i bisnonni una volta rientrati a Saint-Pierre grazie alla piccola fortuna accumulata in America riuscirono ad acquistare gran parte dei terreni di Château Feuillet dai Conti Gerbore che erano pressoché decaduti, tanto da poterne lasciare una parte ai figli e tra questi a Elvira Berthod, mia nonna. Da lei si può dire che è partito tutto, le vigne sono diventate presto l’occupazione principale di parte della famiglia.

Saltiamo un pò di anni ed arriviamo ai tempi moderni, tu maestra di sci con la vocazione della vigna, una donna del vino insomma.

Lo sci mi ha sempre appassionata, ho insegnato a Courmayeur per ben 20 anni poi però è arrivato quel momento dove capisci che devi e vuoi cambiare. Io nei ritagli di tempo aiutavo praticamente da sempre i suoceri nei lavori della campagna (vigna soprattutto) e nel 1989 approfittando di uno degli ultimi corsi per giovani agricoltori ho deciso di mettermi in proprio. Scelta che naturalmente è stata condivisa con la famiglia, iniziammo così ad accorpare delle particelle di vigneti (allora si poteva) e piano piano siamo arrivati ai 2,5 ettari odierni con circa 20.000 bottiglie prodotte divise su 11 tipologie di vino destinati per lo più al mercato valdostano ed estero.  Da qualche anno faccio parte dell’Associazione Nazionale Donne del Vino che conta oggi 650 iscritte che rappresentano tutte le categorie della filiera vitivinicola, dal vigneto alla cantina, dalla tavola alla comunicazione, un bel modo di confrontarsi con realtà diverse e con le quali discutere “in rosa” su scelte che in passato erano una prerogativa maschile.

Una donna e anche una mamma, le nuove generazioni sono pronte?

Francesca ha 21 anni e segue un corso universitario di lingue mentre Matteo, 16 anni, per ora frequenta il liceo linguistico ma vorrebbe in futuro occuparsi di enologia, chissà, per ora sia io che mio marito riteniamo che questa dimensione aziendale sia quella ottimale, se poi i figli vorranno farsi avanti con dei loro progetti ben venga, il futuro in fondo è loro, ma non li obblighiamo di certo a scelte di vita particolari.

Torniamo al territorio, siamo  a Saint-Pierre e non posso che dire Torrette?

Esatto, un binomio unico, lo scrive molto bene Lorenzo Francesco Gatta, il medico che nella sua ricerca sull’ampelografia nel 1833 ha descritto “il poggio”, la collina, dove esiste  oggi come allora la vigna di Torrette: “A levante e a breve distanza di San Pietro villaggio posto sulla via di Cormaggiore e lontano 7660 metri da Aosta a rincontro della montagna detta còte de Brian, e da questa per una piccola valletta diviso, sorge un poggio, la cui circonferenza di 5 km, e la vetta alta più di due centinaia di metri: si è questo il monte Tole, che, se salgasi dalla parte di meriggio, ad un terzo del disagio cammino offre una breve pianura detta Toretta inclinata a ostro, e difesa dalla parte di tramontana da un’alta roccia tagliata quasi a picco.  Questo piano, il cui terreno è magro, arido, sassoso di pochissimo fondo, colto a viti, le quali dispose a filari, sostenute da breve piuoli, e governate assai basse, portano il frutto a perfetta maturazione….” 

Una descrizione molto bucolica ed intima, se vogliamo, ma che in poche righe rende l’idea della zona e di come il luogo sia particolarmente vocato a produrre uve di qualità, qui il Petit Rouge si esprime al meglio. Per questo produciamo un Petit Rouge in purezza (le vigne sono a Villeneuve),  una trilogia di Torrette: Clos de Château Feuillet, Clos de Château Feuillet Superiore e il Vigne de Torrette (prodotto proprio con le uve della vigna storica) ma per questo vino non possiamo più chiamarlo così in quanto la legislazione (assurda) vieta che in etichetta ci sia riportato un nome analogo alla DOC e che si debba dare piuttosto un nome di fantasia.

OSTRO dunque?

Si, il nome scelto è stato Ostro, anche perché  Gatta nella descrizione cita  per l’inclinazione ed esposizione della vigna di Torrette l’influenza  di questo vento (da Sud). E’ l’unica vigna dove la vendemmia da sempre la facciamo solo noi della famiglia, senza l’aiuto dei collaboratori (utilissimi nelle restanti vigne), preferisco che l’attenzione e la cura di questo vigneto sia esclusivamente di nostra competenza. Dalla selezione dei grappoli al lieve appassimento sino alla lavorazione in cantina, tutto deve essere curato nei minimi dettagli e il vino che ne uscirà dentro avrà tutto questo.

Strana la vita, il vento si sa cambia e muta di direzione, dal nord delle Alpi era sceso gelido come i ghiacci e aveva spinto lontano, molto lontano, Victor e Vittorina, alla ricerca di una nuova terra  e poi, qualche anno dopo, un’altro vento ma questa volta caldo, da sud appunto,  li ha richiamati e fatti tornare proprio dove “LEI” li aveva sempre aspettati: una vite aggrappata alle rocce, graffiata dagli anni, piegata dalla neve di inverni freddi e baciata dal sole di estati cocenti, capace però di dare un frutto meraviglioso, una uva dal colore del vento, ostro appunto.

(autore: Stefano Carletto - foto: Enrico Romanzi)


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