Le stagioni dei colori nel Parco Naturale del Mont Avic


La stessa escursione ripetuta in primavera e in autunno regala suggestioni molto differentiIl Grand Lac

L’idea

Il piano risultava molto semplice, almeno in apparenza, compiere la medesima escursione nel pieno delle stagioni che segnano il risveglio e l’assopirsi della natura.

Memore di una precedente uscita che mi aveva lasciato una certa acquolina in bocca, la scelta è caduta sul territorio del Parco Naturale del Mont Avic, uno scrigno di natura incontaminata nella zona sud della Valle d’Aosta.

Il percorso, stabilito sulla scorta delle indicazioni di un amico e di alcune ricerche in rete, e’ stato il seguente: Champorcher Petit Mont Blanc (1.750 mt.) – Col du Lac Blanc – Grand Lac.

Compagno di avventura mio cognato Alessio l’unica persona disposta a condividere le mie sveglie antelucane studiate al fine di posare i piedi sul suolo valdostano prima dell’alba in modo da cogliere il sorgere del sole dai pascoli di Cort.

Cercherò di guidarvi facendo un parallelo tra le due giornate, anticipando che il percorso non è stato identico per le ragioni che esporrò in seguito.

L’itinerario

La parte iniziale del sentiero (segnavia 10) attraversa un bosco di larici che regala le prime gioie ai nostri occhi (aiutati a dire il vero dalle pile frontali) con il verde intenso ed il rosso acceso degli aghi appena germogliati in primavera e sul punto di cadere in autunno.

Le prime ripide rampe ci vedono con il fiato corto, ne approfitto per fermarmi ed estrarre l’attrezzatura fotografica; i primi scatti sono dedicati all’alba, quella autunnale decisamente più limpida mi regala alcune immagini davvero soddisfacenti.

Quasi improvvisamente il bosco lascia spazio ad un paesaggio in cui a farla da padrone sono le rocce ed i pascoli, abbiamo ormai varcato la soglia dei 2.000 metri e giungiamo alla conca del Lac Muffé, minuscolo gioiello incastonato tra le montagne sulle cui rive sorgono un ristoro ed un alpeggio oltre ad una fontana di acqua freschissima!

A maggio i dintorni del lago si sono rivelati delle sabbie mobili dalle quali sono uscito con enormi difficoltà… Non so dirvi quante specie floreali abbia visto e quante ne sia riuscito ad immortalare ma sono rimasto colpito dall’enorme quantità di genziane, viole e dalla distesa di pulsatille che ricoprivano il terreno.

Alessio, abituato alle mie performances fotografiche, ha sfruttato la sosta per godere del panorama avvalendosi di una delle piramidi di lettura del paesaggio posizionate dall’ente Parco (in totale sono sette).

Proseguiamo sul sentiero che ora ha una pendenza più che accettabile ed attraversiamo una serie di zone umide cercando di non calpestarle in quanto ambienti ricchissimi ma fragili, prima di affrontare lo strappo finale che ci conduce al Col du Lac Blanc (2.307 mt.).

Ci affacciamo quindi sul versante nord, quello di Champdepraz e della Val Chalamy caratterizzato da un’abbondante vegetazione, inclusa una vasta foresta di pino uncinato il cui verde mischiato al rosso dei larici crea un effetto particolarmente suggestivo.

La vera sorpresa giunti al valico è stata l’abbondante quantità di neve ancora presente a maggio e la sua scarsissima consistenza che ci ha rallentati in maniera considerevole tanto da impiegare quasi un’ora (e decine di imprecazioni compreso un lancio di cavalletto) a percorrere qualche centinaio di metri.

In ogni caso possiamo affermare ne sia veramente valsa la pena, la bellezza di questo luogo toglie letteralmente il fiato, abbiamo davanti quattro laghi (Blanc, Vallette, Noir e Cornu) immersi tra i larici, ad ovest un’imponente catena montuosa sembra cingerci in un caloroso abbraccio mentre ad est si apre una “finestra” che si affaccia sul gruppo del Monte Rosa e sulla piramide rocciosa del Cervino.

Completiamo la discesa che ci conduce al rifugio Barbustel e comincio a sbizzarrirmi con le ottiche in mio possesso, dal grandangolo al tele al fisso per la macro cercando di mettere in saccoccia quante più immagini possibili.

Gli specchi lacustri, i panorami, gli alberi, i fiori, le rocce… insomma anche questa volta io e il mio compare ci dividiamo per un po’ di tempo prima di riprendere la strada verso la nostra meta (sentiero 5c).

Procediamo di gran carriera su di un percorso agevole che ci offre una vista sopraelevata del Lac Cornu nelle cui acque si colgono suggestivi riflessi delle montagne e degli alberi circostanti.

Giungiamo quindi all’alpeggio diroccato di Pésonet mentre due camosci brucano la prima tenera erba stagionale, un soggetto risulta discretamente confidente e mi concede qualche posa prima di defilarsi nella pietraia sottostante.

Dal pianoro parte una ripida strada lastricata, le prime rampe sono impegnative ma non lasciano presagire quello che accadrà da lì a poco nella prima uscita; si presenta infatti lo stesso problema di qualche ora prima con la differenza che adesso dobbiamo salire e troviamo un’alternanza di neve molle e consistente, perdiamo i simboli del sentiero finendo nella valletta dell’emissario del Grand Lac.

Da un lato c’e’ la consapevolezza che ormai solo quello scalino ci divide dall’obiettivo, dall’altro la situazione si mostra alquanto complessa e, quando Alessio decide di girare i tacchi, non posso far altro che placare il mio orgoglio e seguirlo a malincuore.

Qualche mese dopo realizziamo dove abbiamo smarrito la strada e percorriamo gli ultimi tornanti che conducono al secondo bacino naturale della Vallée (2.485 mt.).

Contempliamo estasiati la conca del lago dominata dalla Gran-Rossa (2.865 mt.) e decidiamo di sfruttare la magnifica giornata autunnale per proseguire in direzione del Lac de la Leita e del Col Medzove, confine dell’area protetta.

A poca distanza troviamo una casa di sorveglianza dei guardaparco e subito dopo giungiamo al Leita, nelle cui vicinanze si trovano altri quattro specchi d’acqua, elemento che non si può certo definire carente nella zona…

Avevamo disquisito da poco sul fatto di non aver ancora visto alcun animale, quand’ecco che dal colle comincia a sciamare lungo tutta la pietraia sopra di noi un branco di circa 25 camosci, conserverò ben impresse nella memoria le immagini della loro transumanza.

La nostra attenzione è ora attirata dal lago che si trova appena sotto il Mont Glacier (vetta più alta del Parco con i suoi 3.185 mt.), la cui superficie è per metà di un bel verde smeraldo e per l’altra parte gelata nonostante le temperature non abbiano ancora fatto registrare valori troppo bassi.

Affrontiamo gli ultimi metri di dislivello tra rocce montonate ed eccoci al Col Medzove punto più alto della nostra escursione (2.613 mt.)  dal quale, seguendo la Val Clavalitè , si può giungere a Fenis.

Ci soffermiamo ad osservare le pietre verdi caratteristiche del Parco che fa parte della rete delle “aree protette ofiolitiche” come i “nostri” Beigua e Marcarolo.

Decidiamo di variare l’itinerario della discesa per scendere al lago parzialmente gelato precedentemente descritto e che ora si trova in condizioni di luce più favorevoli; ci ritroviamo sopra una cengia dalla quale dominiamo il Grand Lac, nelle cui acque ci concederemo successivamente un freschissimo pediluvio.

Da questo momento in poi ripercorriamo l’itinerario di salita senza effettuare altre soste degne di nota, rammaricandoci per la chiusura del rifugio Barbustel che gode di ottime recensioni per la sua cucina.

Ultimo ostacolo dell’uscita di maggio è la salita al Col du Lac Blanc con la spessa coltre nevosa ormai dalla consistenza della panna che mi costringe al secondo lancio di cavalletto e dalla quale usciamo assetati come se avessimo attraversato il Sahara.

Ancora qualche scatto alle pulsatille ed alle genziane nei pressi del Lac Muffé ed alle pigne dei larici in entrambe le stagioni nel bosco sopra Petit Mont Blanc prima di posare nuovamente i piedi sull’asfalto, dopo quasi nove ore di vagabondaggio.

Sono rimasto molto colpito dalla bellezza selvaggia di quest’angolo di Valle d’Aosta, spero che la tutela cui è sottoposto lo proteggano da ogni possibile malefatta umana e mi riprometto di tornare quanto prima per esplorarlo ancora più a fondo, le idee non mi mancano di certo e il tempo… in qualche modo lo troverò.

Testo e foto di Alessandro Fronza (pagina facebook “Dal microscopico all’immenso“)


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