Enrico Massetto: quando il legno si fa “greundzo”


Tecnica e tradizione incontrano fantasia, creatività e ironia nelle opere del giovane scultore Enrico Massetto

Enrico Massetto: “anch’io sono la tradizione”

Fumettista formatosi a Milano, Enrico Massetto ha rappresentato un momento di frattura nel panorama artigiano valdostano. Ha portato la tecnica caricaturale del disegno nella scultura in legno, stravolgendo gli schemi fissi di produzione di opere che da tempo immemore sono realizzate seguendo sempre gli stessi canoni.

Quando ho iniziato a scolpire, non pensavo di stravolgere la scultura e il senso della tradizione. Pensavo solo a reinterpretare i tatà e quello che realizzavo con un design che più mi confaceva. Nonostante l’originalità dei miei pezzi, la gente li ha riconosciuti come opere a metà tra tradizione e innovazione.

Per me la tradizione non consiste nella tecnica adottata o nell’usare o no il colore — anche se per me è importante che si scorga la venatura del legno —, ma sostanzialmente nell’atto di scolpire stesso, nella passione che ogni scultore-intagliatore professionista o hobbista mette in quello che fa. Sta nel dedicare parte del proprio tempo a questa attività per poi, come nel caso della fiera di Sant’Orso, esporre i propri pezzi, magari non soltanto per averne un ritorno economico, ma forse per poter dire “anch’io sono la tradizione”.

Oltre al disegno un po’ fuori dagli schemi, per me è importante anche differenziare i temi da realizzare, dare una rappresentazione in chiave ironica, simpatica, con soggetti classici e d’antan, ma anche con cose che si vedono ai giorni nostri.

Personaggi con un carattere e una storia

Un esempio sono i tatà, ossia i cavallucci in legno con le ruote, nati come giocattoli, poi divenuti soprammobili e infine opere d’arte con i colori di un altro grande rivoluzionario, Grobberio, che li ha proposti con la tecnica del craquelé. Ma lei è andato oltre. I suoi tatà hanno subito delle trasformazioni, si sono deformati, abbandonando lo schema rigido del modello per trasformarsi in personaggi, con un proprio carattere e una propria storia.

Probabilmente in passato — essendo il tatà un giocattolo nella grande maggioranza dei casi autoprodotto —, non si faceva tanto caso all’estetica, quanto alla funzionalità. Per questo i tatà, che pure avevano il loro fascino, seguivano un disegno semplice e rigoroso, le ruote dovevano girare bene, dovevano essere gestibili da un bambino ed essere robusti. Io rappresento il tatà, declinato in vari animali, in una scultura, non riproduco un giocattolo funzionale. Questo mi svincola da molte regole e mi dà la libertà di concentrarmi praticamente solo sul lato estetico ed empatico. Il tatà per me è un bell’oggetto d’arredamento che ricorda un giocattolo, nella struttura, ma anche nello spirito, grazie ai suoi occhi storti, alle sue forme arrotondate e ai musi espressivi. Come Franco Grobberio, ho dato la mia interpretazione del tatà, proponendolo con diversi animali reali e mitologici come il Dahu, a cui ho messo ruote di dimensioni diverse a destra e a sinistra.

Greundzo: scorbutico e schivo, ma nel contempo buono

L’evoluzione estrema di questo concetto è senza dubbio il Greundzo (pronuncia grenzo, con la “e” molto chiusa, quasi simile a una “u”), un personaggio che incarna uno stereotipo della tradizione orale, vale a dire un personaggio sempre un po’ arrabbiato e con un modo di fare grezzo, ma efficace. In questo caso lei è riuscito con successo a dare non solo anima, ma anche corpo a un’idea, tanto che — come nelle migliori campagne di marketing — questo personaggio non si è limitato a essere una scultura. È diventato protagonista di libri e magliette, e si è dato degli eredi, come è facile immaginare in Valle d’Aosta quando ci si imbatte al semaforo in un’auto sulla quale fa bella mostra di sé l’adesivo “Attenzione Greundzino a bordo”. Ci spiega in breve l’origine di questa idea e dove pensate che potrà arrivare questo personaggio?

Il Greundzo è stato concepito a fine 2008. Scherzando dico sempre che la musa ispiratrice è stata mia moglie… ma anche mia figlia e la mia gatta si difendono bene!

Avendo fatto per anni il disegnatore di personaggi per videogiochi, cercavo di creare un personaggio mitologico che rappresentasse la Valle d’Aosta, diverso dalle leggende classiche valdostane che hanno storie distanti dalla nostra vita quotidiana. Cercavo qualcosa di più popolare, universale, che appassionasse e fosse riconosciuto da molti. Il punto di partenza è stato il Dahu, che, oltre ad essere un animale simile ad altri sulle Alpi, aveva delle caratteristiche che lo distinguevano per assurdità e simpatia, accompagnate da aneddoti che rendevano il personaggio completo. Mentre disegnavo, mi è venuto un personaggio dai tratti goffi, ingobbito, arrabbiato, ma quasi simpatico. Da lì ho costruito il carattere: scorbutico e schivo, ma nel contempo buono. Un carattere che tanto ricorda noi valdostani!

A quel punto mancava solo il nome, che chiaramente doveva essere in patois per rendere più “local” la cosa. Ero indeciso tra GREUNDZO e SARVADZO, ma poi ho scelto il primo. Dopo una serie di sculture, nel 2012 presento una breve descrizione del GREUNDZO a Marie Claire Chaberge, chiedendole se fosse interessata a farne un libriccino, dato che avevo individuato in lei lo spirito giusto per dare un po’ più di corpo a questo personaggio. Pochi mesi dopo il gruppo di lavoro si ampliò a 5 “greundzi” (io, Marie-Claire, Stefano Massetto, Stefano Fontanelle e Pier Paolo Testolin). In estate uscirono le prime magliette e per Natale uscì il libro.

Spero che IL GREUNDZO diventi la mascotte della Valle d’Aosta e che (come sta già accadendo) anche nelle giornate “no” ci si possa ridere un po’ su dicendo : oggi mi sento greundzo e domani… pure!

Oltre il virtuale, la materia

A quali altre contaminazioni sta lavorando e, soprattutto, come pensa che l’artigianato possa sopravvivere all’ipertecnologia?

Diciamo che dovendo portare la pagnotta a casa e pagare il mutuo, il tempo per sperimentare è sempre meno, ma appena posso lo faccio. Mi ha sempre affascinato il mondo del teatro e non mi dispiacerebbe fare delle piccole scenografie; ultimamente ho il pallino della scultura su polistirolo, anche perché il polistirolo è molto più facile da segare con la motosega rispetto al noce!

Nello studio di videogame dove lavoravo a Milano ero circondato dall’ipertecnologia, tutto l’hardware e il software all’avanguardia disponibile in commercio era a nostra disposizione, e questo ci faceva credere di possedere tutti gli strumenti necessari per realizzare qualunque progetto. Come in ogni settore, però, senza esperienza, metodo e idee, la sola tecnologia non basta. Lo strumento ti agevola a realizzare un qualcosa, ma sei tu che devi saperlo usare. Anche nel campo dell’artigianato, la tecnologia è uno strumento che può essere utile per migliorare la qualità e la quantità del lavoro da fare. Credo che oggi per un artigiano la differenza la facciano l’idea e il grado di imprenditorialità che ha sviluppato. Ora è il momento della “realtà virtuale”, dalle relazioni interpersonali all’intrattenimento. Ma forse per qualcuno la tecnologia non è tutto e in una maniera o in un’altra, magari come è successo a me per nausea, sempre più persone sentiranno il bisogno di avere un contatto con la materia e forse ritorneranno ad apprezzare qualcosa realizzato da altre mani, un pezzo unico, qualcosa che si può toccare e annusare… come i miei bellissimi tatà!

(autore: Pier Maria Minuzzo)

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3 commenti a proposito di “Enrico Massetto: quando il legno si fa “greundzo”

  1. marialilla il scrive:

    Veramente simpatici questi personaggi un po’ buffi, ed un po’ ironici! Vederli infonde allegria, riportandoci alla nostra infanzia! Complimenti!

  2. Ringrazio l’autore di questo testo per avermi definito “un altro rivoluzionario”, nel contesto dell’artigianato tipico Valdostano.
    Anch’io come Enrico Massetto e, credo solo per questione i di anagrafe ho iniziato un po’ prima a fare la mia piccola rivoluzione dentro il nostro artigianato.
    Non era mia intenzione rivoluzionare ma fare un diverso artigianato si, i miei tata’ colorati sono subito piaciuti al pubblico della fiera e , anche se questo stava nelle mie speranze “Vivere significa non essere sicuri, non sapere cosa viene dopo e come. Nel momento in cui si sa come fare, si comincia a morire un poco. L’artista non sa mai completamente, tira a indovinare, può sbagliare, ma continua a fare un salto dopo l’altro nel buio.” Agnes de Mille

    mi sono convinto che il successo della mia operazione o progetto , come quella di Massetto e altri , erano predestinate, ovvero erano necessarie ad una naturale evoluzione del gusto e, non è un caso se alla base di questa evoluzione vi sia una contaminazione culturale estranea alla cultura valdostana e qui posso parlare solo per me, non per altri.
    I Tata’ che facevo io prima di colorarli erano fatti di noce, taglio e cirmolo e dunque non si differenziavano da quelli degli altri artigiani, il mio desiderio di iniziare a dipingerli è nato perché volevo che il giocattolo dei bimbi Valdostani diventasse più simpatico più elegante e perché anche i grandi lo potessero desiderare per se stessi come complemento d’arredo.

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