TOR DI VEUN: Giro del Vino… a “tappi” – 2ª puntata


Riprendiamo il nostro "Giro del Vino" alla scoperta dei vini valdostani, delle cantine cooperative, dei vigneron e del loro mondo.giro del vino - cantine - valle d'aosta - enfer d'arvier

Il secondo “tappo” del Tor: Arvier e la Co.Enfer

Alla confluenza della Dora di Valgrisenche con la Dora Baltea, in un anfiteatro a 776 metri di quota che, per la sinuosità della gola, ricorda il Douro portoghese, le rocce osservano dall’alto i vigneti aggrappati al fianco della montagna.

Siamo ad Arvier, nell’alta Valle d’Aosta, a 15 km da Aosta in direzione Courmayeur, in una zona dal microclima unico e con un nome da leggenda: Enfer, “inferno”. Qui incontriamo Remo Jorrioz, socio conferitore della Cooperativa dell’Enfer, che per l’occasione ci presenta questa zona storicamente legata al suo vino principe, l’Enfer d’Arvier. Incontriamo Remo davanti alla sede della Cooperativa; giusto il tempo dei saluti e via, andiamo all’Inferno!

Enfer, “inferno”… perché questo nome?

“Lo vedete anche voi l’anfiteatro in cui ci troviamo. Un tempo qui, per temperatura, esposizione e morfologia del terreno, si poteva lavorare solo fino alle 10 del mattino: oltre era quasi impossibile per il gran caldo. Un caldo infernale.

A proposito di questo nome, si narra che la perpetua di Don Fosson, uno dei tanti preti vigneron valdostani, a due francesi che le chiesero Où est le curé? (dov’è il parroco?) rispose: “Il est à l’Enfer qui soufre” (È all’Inferno che zolfa). I due francesi, fraintendendo la risposta, se ne andarono attoniti e alla prima persona che incontrarono chiesero come fosse morto il prete e, soprattutto, come fosse finito a soffrire all’inferno (in francese, “souffrir”). Questa chiarì ridendo che il prete era semplicemente ‘alla vigna dell’Enfer a dare lo zolfo’ “.

Qui si vedono tanti muri a secco, molti ormai in stato di abbandono. Quasi tutti hanno una caratteristica in comune…

“I muri a secco, nei secoli, hanno terrazzato ogni metro di terra, fin negli anfratti più alti delle rocce. Hanno una caratteristica in comune: riportano scolpito l’anno in cui sono stati eretti, e le iniziali del proprietario. È un museo a cielo aperto: abbiamo muri con date del ’600, del ’700 e via via sino ai giorni nostri. La più antica è senz’altro quella nascosta dietro il leone, una roccia sulla Dora dal profilo leonino, dove dagli atti ufficiali risulta un passaggio di proprietà nel 1312 (“…sin dal 1312 Rodolphus de Avisio possedeva una vigna a Gollyz Richard nel territorio di Liverogne…”). È il documento più antico sulle vigne di Arvier, ma sappiamo che la vite è stata introdotta molto tempo prima, quasi sicuramente dai Romani”.

Clima infernale e vigneti aggrappati alla montagna: una viticultura eroica?

“Direi proprio di sì. Le vigne sono esattamente dalla parte opposta del paese, a una distanza notevole, almeno a piedi. È per questo che intorno al ’700, inizi ’800, era prassi che nelle vigne ci fossero delle piccole stalle, ognuna con quattro manze. Queste vivevano qui in pianta stabile e producevano il letame per le vigne vicine, evitando così il trasporto del letame a dorso di mulo dal paese”.

Anni duri quelli dell’inizio del ’900: Arvier, come altri paesi della Valle d’Aosta, dovette affrontare una forte emigrazione.

“L’abbandono delle vigne avvenne con l’arrivo della fillossera della vite, che distrusse la quasi totalità dei vigneti di mezza Europa, ma anche l’inizio traumatico del XX secolo non fu dei più facili: guerra, crisi economica, crollo delle due banche principali valdostane e conseguente fortissima emigrazione hanno di fatto ridotto sensibilmente la coltivazione della campagna e della vite (alcune vigne storiche appaiono tuttora abbandonate). Alcuni anni fa i proprietari della zona si sono trovati per valutare il recupero dell’area. Oggi il paesaggio è sicuramente diverso; l’atmosfera romantica e faticosa delle piccole terrazze appese alle rocce di un tempo ha lasciato spazio a terrazze più consone ai mezzi agricoli di oggi”.

La cooperativa e i suoi vini, una scelta obbligata?

“La Cooperativa nasce ufficialmente nel 1978, dopo anni di trattative, grazie alla buona volontà di un gruppo di abitanti-vigneron di Arvier che hanno deciso di fermare lo stato di abbandono dei vigneti. Questo ha fatto sì che l’Enfer d’Arvier sia tornato ad avere un nome, come già in passato aveva; basti ricordare che a Genova, nel 1903, l’Arvier fu l’unico vino di montagna premiato a una Fiera internazionale.

Oggi la cooperativa ha circa 100 soci, di cui 9 conferitori e gli altri affittuari. Differenziare la produzione è stato necessario, e oggi la Co.Enfer può offrire una discreta gamma di vini, dall’Enfer Classico (base Petit Rouge, Vien de Nus, Mayolet, Pinot Noir e Neyret) sino ai nuovi arrivati Pinot Gris e Caronte, produzioni limitate, ma marcatamente territoriali”.

Un problema comune a tante cooperative (ma anche ai privati) è il ricambio generazionale. Qui ad Arvier come va?

Nella cooperativa purtroppo il rinnovo generazionale manca. C’è tanta buona volontà, ma non basta più. Oggi la situazione è resa ancora più dura da burocrazia e crisi economica. E poi bisogna tener conto del valore di una bottiglia di vino prodotta in Valle d’Aosta in rapporto a quel che offre il mercato: qui il costo di un operaio, per ora e per ettaro, si aggira su 800 dollari circa, contro i 120 della vicina borgogna o del Piemonte e i 12 di un operaio australiano. Fare il viticoltore vuol dire fare sacrifici, e per la cooperativa dell’Enfer il valore aggiunto è il luogo davvero unico in cui si lavora.”

Un marchio di qualità potrebbe essere un tassello importante per la promozione?

“Abbiamo ottenuto il marchio di qualità del Parco Nazionale Gran Paradiso riconvertendo al biologico gran parte della nostra coltivazione: abbiamo ridotto i trattamenti chimici, e in 5 anni la cooperativa sarà totalmente biologica. L’obiettivo sarà far conoscere al consumatore quel che c’è dietro a un’etichetta e promuovere anche il territorio. Portare qui gli operatori e fargli vedere cosa produciamo e dove svolgiamo il nostro lavoro, è un primo passo per far capire cosa c’è all’Enfer. In fondo non è da tutti poter mostrare l’Inferno nel Gran Paradiso“.

Il periodo autunnale e pre-invernale rimanda alle zuppe, alla polenta, alla selvaggina: ecco l’idea per un giusto abbinamento, e… arrivederci alla prossima tappa.

(autore: Stefano Carletto)


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