Il larice, “immortale asse del mondo” delle terre del Nord

VIVA

Sopravvissuto all'ultima glaciazione, il larice (Larix decidua) resiste anche in alta montagna a temperature rigidissimeLuci e ombre

In questo periodo in cui gli alberi acquistano i colori più vivi dell’anno, con questo post inizia una collezione di quattro uscite sui maestosi compagni dei boschi (in uscita il lunedì). In abbinata, vi suggeriamo dei percorsi in Valle d’Aosta nelle zone dove ammirarne al meglio i colori (in uscita il giovedì sempre sul nostro blog).

 

Chissà quanti di voi sanno che sono considerato un “relitto glaciale”?
In effetti è proprio così: sono sopravissuto alla fine dell’ultima grande glaciazione risalendo sempre più in alto lungo i fianchi delle montagne, per trovare le condizioni ambientali adatte alle mie esigenze.

Non a caso riesco a vivere a quote molto elevate — anche oltre i 2.500 metri di altitudine — dove altri alberi con le foglie ad ago non riuscirebbero a sopportare l’intenso freddo invernale. Sono infatti l’unico tra questi a perdere le foglie durante il periodo delle lunghe notti e dei giorni corti, proprio per avere una maggiore resistenza in ambienti dove la temperatura può anche arrivare a punte di -50 °C. Quando arriva l’autunno, i miei aghi si colorano di un giallo solare molto luminoso, e dopo qualche settimana cadono tutti al suolo, per essere poi rinnovati sui rami spogli solo in primavera.

Ogni comunità umana un tempo mi considerava il più caratteristico albero del territorio che abitava come l’Albero, o Asse, del Mondo, e presso i popoli siberiani e delle terre del Nord, io, svettante anche di 50 metri dal terreno e in grado di vivere migliaia di anni, ero considerato immortale e svolgevo per gli stessi tale ruolo nel quale ero immaginato con degli uccelli d’oro e d’argento. Questi ultimi volevano essere i simboli rispettivamente del Sole e della Luna mentre discendevano per il mio tramite.

Il mio nome potrebbe avere, in origine, un doppio significato: nella lingua degli antichi Romani voleva dire “gradevole” per il profumo che emana la mia resina, mentre per gli altrettanto antichi Celti stava ad indicare “grasso”, per la grande quantità di resina che produco e che mi permette di proteggere in modo ottimale eventuali ferite che dovessero prodursi sul mio tronco.

Chi sono? Il Larice.

 

(Testo: Ronni Bessi – foto: Enrico Romanzi)

 

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